Ci sono linee di vita, come quelle tracciate dai fiumi, e linee di morte, come quelle di quei due aerei di linea lanciati contro le Twin Towers l’11 9 2001. Quelle traiettorie di morte conficcate dentro le torri resteranno per sempre una lacerazione nei cieli di noi che c’eravamo, e nei cieli delle prossime generazioni. Per sempre. Gli effetti pratici, nel breve, furono istantaneamente evidenti e devastanti, quelli nel medio-lungo periodo furono immateriali e deformanti. L’Occidente egemone e colonizzatore mondiale veniva colpito, con facilità inverosimile e modalità stupefacenti, lì nei simboli dei suoi poteri più rappresentativi: quello della ricchezza economica e dell’apparato tecnico-militare.

Di colpo noi del primo mondo ci sentimmo fragili, vulnerabili, e soprattutto impotenti, stretti all’angolo, presi dall’angoscia paralizzante al posto della paura reagente. Scoprimmo che il nemico non era un esercito organizzato, ma cellule invisibili interne al nostro corpo, cresciute con noi e come noi, ricche quanto e più di noi, ma con idee di un mondo diverso dal nostro. Pensammo a chissà quante altre cellule in giro per il mondo, pronte a colpire improvvisamente, come effettivamente poi accadde. “Non è una questione di cellule, ma della scelta che si fa, la mia è di non vivere a metà”, cantava il poeta del canto libero, e noi scoprimmo che c’erano delle persone talmente motivate nelle loro scelte e contrarie al nostro mondo, da sacrificare la propria vita per contrastarlo. Per noi è inconcepibile, spesso ci prendiamo troppo sul serio, ma raramente fino a questo punto. “I am a new yorker, i am an american“. In quei giorni ci siamo sentiti tutti newyorkesi e americani, parafrasando JFK, ironia della sorte appena cinque mesi prima del suo assassinio.

Docici anni dopo la caduta del muro di Berlino riapparve una frontiera, non più una cortina geografica Est-Ovest, noi di qua e i comunisti di là, ma una frattura culturale: l’Occidente egemone contro il resto del mondo. E allora nacque War on terror (la Guerra al terrore) per giustificare il Nation Building (Costruzione di Democrazia) e l’Enduring Freedom (Libertà duratura), con cui l’Occidente intraprese altre guerre giuste, lasciando quelle sante agli infedeli. Ci furono “pallottole amiche” che colpirono tante persone sbagliate, donne, bambini, civili inermi, persone perbene come Nicola Calipari. Per lui qualcuno trovò anche un colpevole, quella giornalista Giuliana Sgrena che lui era andato a liberare, e che “… se fosse rimasta a casa non sarebbe successo“. Si è compiuta l’eterogenesi per cui quell’attentato è diventato funzionale al sistema, l’Occidente aveva finalmente ritrovato un motivo per rimettersi in moto, unito dietro i Bush (senior e juniro) che hanno continuato con maggior convinzione a rendere onore al loro nome, scorazzando nelle selve (bush in inglese significa selva, ndr.) non importa se di altri.

Gli aborigeni compiono i viaggi nel loro bush, di cui conoscono tutte le vie, principalmente quelle dei canti che attraversano il mondo ed appartengono ad una storia e una saggezza millenaria. Noi le vie dei canti rischiamo di perderle dietro una linea d’ombra che non è quella della perdita della gioventù, ma della credibilità. “Era una guerra un po’ del cavolo, mancava un senso, un’apriscatole, un’idea”. E come Marco Polo disse “… ho visto Orienti magici”, così gli Usa hanno detto “… ho visto Mediorienti tragici”. Non voglio fare come la Laura di Roberto Vecchioni che “non crede. Non crede più”. Voglio continuare a credere in un mondo credibile e ritrovare le vie dei nostri canti.

Un affettuoso pensiero per le vittime dell’attentato dell’ 11 9 2001 e di tutte le ingiustizie e violenze.

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