Molti baresi oggi, i miei da sempre, scelgono il mare a partire da Torre Canne, sulla strada per Brindisi. Trovano spiaggia e non scogli o sassi né calette presto affollate, una spiaggia ininterrotta dove si può piantare l’ombrellone, stendersi al sole, far giocare i bambini e passeggiare alla ricerca di conchiglie.

Mio suocero caricava sulla Bianchina tutta la famiglia – come ci entrava tutta è per me un mistero – e una volta arrivati, ognuno con il suo carico di viveri, salviettoni o giochi, raggiungeva la spiaggia lungo la passerella che attraversava il canneto. Quel “canne” che è stato aggiunto a “torre” è una caratteristica del luogo: l’acqua che defluisce dalla piana di Fasano e dalla Murgia sovrastante si raccoglie qui arricchendo il terreno del prezioso elemento. E’ acqua buona, potabile; si trova facilmente scavando ed è salubre come testimonia la presenza delle Terme che da molti anni vede nella stagione estiva l’arrivo di tanti, pugliesi e non,  a godere delle proprietà curative dell’acqua con i benefici del mare.

Sono tanti i luoghi che hanno ereditato il nome di Torre, San Leonardo, Pozzelle, Guaceto, Testa, Rinalda,  segno del tormentato passato di queste terre esposte al pericolo saraceno. Il momento più drammatico fu l’assedio e la presa di Otranto del 1480 quando i superstiti difensori furono passati per le armi, e perciò ricordati oggi, in quanto testimoni della fede cristiana, come gli ottocento martiri di Otranto. Dopo la presa di Costantinopoli il Sultano Maometto II tentò una politica espansiva verso l’Occidente, e la cristianità si accorse della seria minaccia provvedendo anche con questo tipo di fortificazione e di controllo.

A Torre Canne si erge il faro secondo le nuove esigenze di una navigazione sicura. E’ stato rifatto dopo l’ultima guerra, è alto 35 metri con 160 gradini. Non sono mai salito: chissà cosa si vede da lassù! Tutto automatizzato oggi e controllato a distanza, prima aveva il guardiano, l’ultimo è appena andato in pensione. Ci viveva con la famiglia. Prima doveva provvedere al combustibile, intervenire in caso di guasto, verificare l’efficienza delle boe intorno. Il nemico numero uno erano i fulmini.

Noi preferiamo stare vicino al mare, guardare l’orizzonte, il cielo, le nuvolette, le vele, le onde che si infrangono, la gente che passa, persone sole, in coppia, a gruppi, la figlia che aiuta la mamma anziana, il vecchio col bastone che indietreggia all’onda in arrivo, le amiche a passo sostenuto, il corridore, i ragazzi che scherzano e si spingono, chi è e chi entra in acqua, cautamente o d’impeto. Ci sono i bambini indaffarati, , chinati, infaticabili portatori d’acqua, a rifare il sostegno del fortino, a sollecitare l’aiutante che si attarda, in continua lotta con il  dispettoso lembo dell’onda. Passano i venditori da spiaggia – quest’anno meno – con la fila di cappelli in testa, con il tabellone dei braccialetti, con il mazzo di borse, la pila delle salviette, trascinando il carretto di abiti leggeri e costumi. Si sente il Besame mucho del trombettista di spiaggia e il fischietto del “cocco fresco”.


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