Quando chiedo alla signora la strada per Coccaglio mi sembra di riconoscere la voce. Occhiali neri ma la stessa verve di quando presenta la rubrica “Obiettivo salute” su Teletutto, televisione bresciana che a volte seguo. Il paese dietro il Montorfano, dalla parte del sole quando noi passiamo in autostrada tra i vigneti della Franciacorta ormai svuotati dei preziosi grappoli. Dove andrà tutto questo vino, pardon! questo prosecco così affermato adesso con i dazi di Trump?

Dalla piazza di Coccaglio sento vita, risuonano voci e risate. La piazza trasferita nel caffè, il caffè conquistato anche dalle donne, chiacchiere o conversazioni che fanno iniziare bene la giornata. In sintonia con il detto “a Coài (Coccaglio, da guscio) l’è semper festa”.
Il sagrato è vuoto ma dentro si apparecchia per la festa, per l’8 settembre, la chiesa essendo intitolata a Santa Maria Nascente. Quella statua della bambina in fasce mi ricorda la statuetta nel cofanetto di vetro sul comò di casa che la mamma aveva portato dalla gita parrocchiale. Mi sembrava strano, pur se vedevo la mamma fasciare la sorellina appena nata: “e stringere!” gli insegnava la zia.

Nel primo altare laterale il Transito di Giuseppe morente tra Gesù e Maria, una delle raffigurazioni attualizzanti della figura di Giuseppe, oltre a quella dello sposo con il giglio in mano, o di lavoratore nelle vesti di falegname, o tenero genitore – mai visto però così mio papà! – con il bimbo in braccio.
Dietro l’altare maggiore la Vergine del Patrocinio (1757), pala di Francesco Savanni, promettente pittore bresciano, lodato dal Tiepolo ma finito anzitempo all’Ospedale dei poveri. Nella targhetta illustrativa si precisa il titolo: “con il riconoscimento delle quattro parti del mondo”. Si tratta di quattro personaggi rappresentanti i continenti del mondo, allora conosciuti, l’Europa, l’Asia, l’Africa e l’America. Non cinque come avrei imparato alle elementari perché il navigatore James Cook stava, nel momento della composizione del quadro, ancora completando i suoi viaggi e cartografando il Pacifico. La chiesa è di una certa grandiosità, barocca nello stile, arricchita da pregevoli opere; tanto per citarne qualcuna: l’elegante facciata di Giovanni Donegani, gli affreschi di Francesco Monti di Bologna, la suggestiva Ultima cena di Sante Cattaneo, il gruppo ligneo Madonna e Santi che viene dalla Valgardena, e del coccagliese Francesco Rubagotti le decorazioni in stucco.

L’antico borgo era un castrum, un castello o zona fortificata, evidente dalla forma quadra, la presenza della torre, gli archi che introducono da opposti lati, a Nord e a Sud, i vicoli stretti che lo attraversano e fortunatamente ancora abitati. I milanesi avevano bisogno di un caposaldo di difesa quando la pianura poteva essere facilmente attraversata da eserciti.
“Paese pieno di caneve de vin e de fien” riferisce un vescovo in visita a Coccaglio che diede i natali ad artisti e patrioti. Si formò qui la cellula carbonara, all’alba del nostro Risorgimento, che si ritrovava in casa di Andrea Tonelli, amico di Silvio Pellico e Piero Maroncelli. Tutti arrestati e imprigionati nello Spielberg, legati da una vicenda ben raccontato dal Pellico nelle Mie prigioni. Era il 1824. Una targa lo ricorda sul muro di casa Tonelli alle spalle della chiesa.

Tra la chiesa e la torre romana invece c’è una colonna a memoria di Luca Marenzio musico (1553-1599), compositore di madrigali e cantore, maestro di cappella in Italia e all’estero, a Varsavia e a Cracovia. A lui è intitolato il conservatorio musicale di Brescia.
La rubrica è diventata un libro




