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Tappa al Duomo in cerca del “manto di Maria”: nel restauro del portale della sacrestia apparirebbero ornamenti di ragni e ragnatele modellato su marmo, in origine dorato e colorato. Fu opera di uno scultore tedesco, alla fine del Trecento, a pochi anni dall’avvio dei lavori del Duomo. Scoperti sotto la caligine dei fumi delle candele, ci si è chiesti il perché. Secondo gli studiosi risponderebbero ad una visione che si ritrova anche in Petrarca: lo Spirito di Dio che tutto avvolge, vigore dell’universo, anima mundi, sole che illumina ogni anfratto della terra.

Non ho trovato quella porta. Quelli del controllo non ne sanno, o hanno altro da fare. Rivedo l’interno, una scappata, un’occhiata alla maestosa costruzione, con persone in preghiera e non solo turisti, passando davanti all’altare di Paolo VI con il reliquiario che conserva la maglietta bianca segnata dal sangue dell’attentato di Manila (Indonesia), dalla pugnalata provvidenzialmente deviata dal tempestivo intervento di Marcinkus, il vescovo chiacchierato e implicato poi nello scandalo del Banco Ambrosiano. La grande storia passa anche da Milano.

A Palazzo Marino, in piazza della Scala, si espone un polittico dei marchigiani Crivelli, appena restaurato. Una bellezza d’arte riconsegnata alla cittadinanza, come dice il depliant, o, come commenta la signora sull’autobus, perché “ogni anno il Comune sotto le Feste inventa qualcosa”. Si entra a gruppi e la guida spiega di Carlo Crivelli, il maggiore dei due, più innovativo, estroverso, un tantino fuori dagli schemi e con problemi anche con la legge, l’autore della parte centrale. Vittore Crivelli, subentrato a completare l’opera del fratello, era più tradizionalista, prolifico e abile nella tecnica, caratterista e attento ai particolari. Il polittico è fatto di dieci finestre, la parte centrale con l’Ecce homo e la Natività, attorno i Santi, in spazi già regolati dalla prospettiva, figure reali, in atteggiamenti composti dove si sottolinea il gioco di occhi e di mani, di ombre portate, i dettagli d’abiti dai minutissimi ricami. Il tutto in un abbaglio d’oro che meraviglia. Alla fine un video spiegava il lavoro di restauro, la delicata messa in opera, le difficoltà incontrate nella pulizia e preservazione dell’opera.

Ci hanno dato un coupon di 5 euro da scontare sul prezzo d’ingresso a Le Gallerie d’Italia, museo a fianco di Palazzo Marino, per vedere il cavallo di Canova. Un colosso di 7 metri, in gesso perché  mai fuso, che in pezzi giaceva nei depositi del Museo di Bassano del Grappa. Era stato progettato per il Foro Bonaparte, dietro il Castello Sforzesco, pensato nella Milano napoleonica in onore dell’invincibile condottiero che incarnava gli ideali rivoluzionari e che Milano aveva accolto come un liberatore, e incoronato in Duomo. Canova riprendeva un celebre quadro del pittore David, Napoleone sul cavallo in procinto di valicare le Alpi al Gran San Bernardo, ma si ispirava anche al Marc’ Aurelio del Campidoglio di Roma, al Gattamelata di Donatello a Venezia. L’oscuro corso, venuto dalla periferia, veniva celebrato come un imperatore romano, giovane, energico, audace, vittorioso, sempre in marcia o in battaglia. Marengo si chiamava il purosangue arabo che aveva adottato dopo la vittoriosa campagna d’Italia che l’aveva reso celebre. Canova fu artista di regime, si adeguò al potente di turno, ma fu anche il caparbio appassionato cultore d’arte che riportò in Italia, all’indomani della caduta dell’imperatore contabile tante opere trafugate. Le guerre hanno il loro costo.  La mostra esplora lo splendore d’arte di quest’epoca a Milano e a Roma e resterà aperta fino all’11 gennaio.

La vera sorpresa è stata però la Chiesa di San Satiro. Ci aggiravamo tra le viuzze del centro in direzione della Darsena. La persona interpellata con cui siamo subito entrati in sintonia ci ha guidato. Barese come mia moglie, di Poggiofranco – “Alle spalle della Stazione?” “Via Picone, la Chiesa Ortodossa?” “Si!!” – ci ha accompagnati. “Non l’avete ancora vista?No!” In un paio di minuti, la chiesa nascosta in un angolo, a pochi passi dal chiasso metropolitano, sulla facciata Chiesa di Santa Maria presso San Satiro. Ci lavorò il Bramante prima di andare a Roma. Fece di necessità virtù e realizzò dietro l’altare un finto coro, un’audace pittura prospettica. Sfruttando il poco spazio disponibile riesce a darti l’illusione di grande basilica. L’amico barese che deve riprendere il lavoro tra un quarto d’ora procede sicuro e soddisfatto. Mettiamo la moneta per vederla luminosa e maestosa nelle ricche opere che contiene. Passiamo davanti al gruppo scultoreo del Compianto, l’Estasi di San Filippo Neri del settecentesco Giuseppe Peroni, l’altare di San Luigi, opera di Antonio Carminati, un San Luigi Gonzaga che soccorre l’appestato, lui non più principe ma semplicemente uomo nel disperato gesto di aiutare. Prima di congedarci e l’augurio di ritrovarci in faccia al mare, rivediamo la bella facciata, cui contribuì il nostro Amadeo; in parte però, o per lo meno non con la stessa libertà e impegno che profuse per la nostra Cappella Colleoni. Questione di gelosia o contrasto di vedute che può sorgere tra grandi ingegni?


La rubrica è diventata un libro

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