Sintesi sotto forma di intervista di una lezione di Roberto Esposito (docente di filosofia teoretica presso la Scuola Normale Superiore) dal titolo “Biopolitica e nazismo“, del 15 gennaio 2020 a Palazzo Ducale a Genova

Sembra che il nazismo sia tornato in auge. La cronaca parla di naziskin, saluti a mano tesa, tombe ebraiche profanate, c’è un interesse culturale per quegli eventi e pure la curiosità di particolari raccapriccianti. Cosa ne pensa?
In realtà il nazismo non ce lo siamo mai lasciato alle spalle. Ci si chiede: cosa ci lega? che paure suscita? Il nazismo non è assimilabile al comunismo (né al fascismo). Il comunismo scaturisce dalla modernità, il nazismo è la decomposizione dell’ideologia moderna. Il comunismo ha come presupposto la storia, la classe, l’economia; il nazismo la vita, la razza biologica. Tocca una dimensione che oggi viene in luce più che mai, la vita, la vita biologica. “Il nazismo non è che biologia applicata” (R. Hess). Il nazismo si fa arbitro della vita sopprimendola. Hitler è il grande medico tedesco che mette in pratica le sue parole: “se il popolo non ha più la forza di lottare per la propria salute cessa di vivere”.

Il nazismo usa un lessico politico che si rifà alla medicina e parla di militanti chiamati a guarire la Germania.
Potere medico e militare si richiamano per la vita del Reich, e conseguentemente la schiavitù di altri popoli. Attribuisce alla medicina un significato politico e si pone con un nuovo linguaggio della politica moderna centrata sul soggetto, la rappresentanza, la cittadinanza, il confronto elettorale, la libertà. Per il nazismo lo Stato è corpo da curare, la Germania è un corpo cancerogeno bisognoso di interventi chirurgici per estirpare il   cancro che si espande nella società.

I medici come tanti giuristi collaborarono con il regime, non tutti ovviamente. In Russia nei processi staliniani si distinsero gli psichiatri. I dissidenti inviati nei Gulag furono trattati come malati mentali. Non c’è un intreccio tra politica e salute?  
Il nazismo vede la politica come medicina e l’esito fu il genocidio. Così accaddero esperimenti e studi nei campi di sterminio. Mengele è ancora oggi citato nei testi di genetica. Il processo di Norimberga sottolineò la responsabilità dei medici. Nel nazismo i medici tornavano ad essere, come in passato, i sacerdoti e gli arbitri di vita e di morte. Erano loro che stabilivano chi era destinato alle camere a gas. Tanti lo fecero con alacre efficienza. Il gas letale era trasportato su camion con l’insegna della Croce Rossa. Ai cancelli di Mauthausen stava scritto “Pulizia e salute”. Auschwitz divenne il più grande laboratorio di genetica del mondo.

I nazisti promossero campagne di lotta al cancro, si mostrarono sensibili ai problemi ambientali, restrinsero l’uso del tabacco, furono promotori della salute pubblica.
Hitler stesso conduceva una vita monacale, detestava fumo e fumatori. Era vegetariano e ossessionato dall’igiene.

Come spiegare questo interfacciarsi tra cura per la vita e azione di morte, guarigione e assassinio?
Secondo Foucault  il concetto di biopolitica segna la condizione contemporanea. Nel momento in cui il potere assume la vita a oggetto della sua azione è possibile decidere, in certe condizioni, di sacrificare una parte della vita a beneficio dell’altra. La vita è il nostro orizzonte, si tratti del singolo o della popolazione del pianeta terra. La vita politica non ha legittimazione se si allontana dal tema della vita. Non è possibile rinunciare alla riflessione e alla prassi politica. Occorre superare i rigurgiti del nazismo assumendo la bio-politica come orizzonte del nostro vivere comune.

A cura di Mauro Malighetti

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