In cima al lago Maggiore, a tre chilometri dal confine svizzero; e poi Locarno. Qui veniamo per divertire il nipotino. All’arrivo ci accorgiamo di aver lasciato a casa il passeggino; duro portare a spasso un bimbo che cammina sì, ma poi vuol essere portato in braccio. Fortunatamente è rimasto, dopo le vacanze al mare, il carrello da campeggio nel box auto. Meta obbligata è il parco del lido, sul delta del torrente Cannobino che dopo aver scavato un’ansa lascia in pace il paese nei periodi di piena.

Cannobio ha avuto da sempre un legame con Milano, prima coi Visconti poi coi Borromei, oggi coi milanesi in fuga dalla metropoli. La strada del Lago, costeggiata dalla vegetazione e da incantevole ville, nella settimana è percorsa da macchine di chi lavora in Svizzera, così i cannobiesi perché un infermiere in Svizzera guadagna tre volte tanto quello italiano. Oppure si ripiega sul turismo; lavoro per i servizi, in negozi o nei ristoranti, nei chioschi di ristoro come la signora da dove prendiamo le piadine: una casetta di legno, due tavolacci, il telo che ripara dal sole o da improvvisi scrosci, davanti un prato verde e gli spruzzi d’acqua che salgono come geiger per la gioia del nostro baby. Non si staccherebbe più. Sulla montagna che sale coperta dal bosco risalta un campanile e una chiesetta: “E’ Sant’Agata” mi risponde la signora, “ma senza andare fin là potete arrivare a piedi all’ orrido di S. Anna, in cima al paese”. Me lo descrive come un incantevole canyon, due ponti e una chiesetta da presepio, l’acqua limpida, un po’ freddina ma col caldo da venir voglia di fare il bagno. Cannobio ha infinite frazioni anche per la strada della Val Cannobina, dove si raggiunge una magnifica visione del lago

La vecchia strada del lago attraversava il paese passando davanti alla Chiesa, il Santuario del Miracolo della S.S. Pietà,voluto grande e bello dal cardinal Borromeo.
Due coniugi che vengono dal novarese per un voto alla Madonna mi spiegano l’origine. Si tratta di una speciale pergamena con l’immagine di “una Pietà”. Fuoruscì dal costato di Gesù un flusso inarrestabile di sangue che bagnò pergamena e tovaglia sottostante. E’ custodita in una vetrina dietro l’altare. Da lontano si vede poco, perciò hanno messo alla balaustra un display con l’’immagine. Il fatto risale al 1522, scrupolosamente documentato da un notaio. Gesù tiene il capo ripiegato, il suo corpo segnato dal supplizio, in mezzo tra la Madre e Giovanni. Del miracolo si celebra ogni anno la festa, all’Epifania, la Festa dei Lumieri, con una processione notturna illuminata da centinaia di lumini lungo la strada e di chi segue sulle barche.
Devozioni e raffigurazioni che furono motivo di dispute e di reciproche condanne tra cattolici e protestanti, in un Cristianesimo che andava dividendosi. I cattolici insistevano sulla corporeità e tangibilità della fede, per fedeli bisognosi di toccare e vedere; i protestanti parlavano di ascolto, dell’essenzialità del Libro Sacro, di peccato e peccatore che riflette e pente, senza troppi rumori o intermediari. Di conseguenza sono rimaste le nostre chiese belle e maestose, ornate e sacre, piene figure e statue, con processioni e altari, una fede che ha bisogno dell’artificio “perché, come dice il Vangelo, il cuore dell’uomo tarda a intendere”. I protestanti d’altro lato, più individuali e razionali, costruirono assemblee di ascolto, attorno alla mensa sacra, cantando e recitando salmi, ma tra muri spogli, poco distratti da immagini, meno tentati dalla superstizione, ma con chiese meno belle e allegre.

Cannobio ha il titolo di città dal 2006. Ha avuto storicamente un ruolo di primo piano sul Lago Maggiore. Pare che i Romani vi tenessero una flotta quando cominciarono a consolidare l’Impero oltre le Alpi. Un porticciolo è rimasto, davanti alla Piazza Vittorio Emanuele III, animata in questa stagione da turisti, conversazione di gente in vacanza, parlanti tedesco o svizzero ai tavolini del bar.

C’è un monumento, dedicato a Giovanni Branca che non era di Cannobio; lo era la famiglia. Si dice, notizia di internet, che fosse un ingegnere che lavorò a Loreto e che avesse ideato una macchina con il principio della turbina a vapore. Forse, agli inizi del ‘900, si cominciava ad andare alla ricerca di illustri rappresentanti. Un altro Branca, di nome Giulio, ha avuto qui i natali e fu scultore di opere conservate nel famedio del Cimitero Monumentale di Milano.



