Cosa serve per giocare bene a scacchi? Quale dote occorre coltivare, dopodiché tutto il bello vien da sé?
Queste domande tornano a periodicamente a tormentare gli scacchisti. E tornano e ritornano, perché una risposta univoca pare non esserci. Ogni seguace di Caissa ha le sue, ma appena le confronta con quelle degli altri saltano fuori distinguo e differenze. Qualcosa pensavo di sapere anche io, ma lo scorso 25 maggio ho scoperto che… be’, forse non era così. Quel giorno ero a Lainate, al Campionato regionale giovanile (qualche info si trova online al link https://www.lainatescacchi.it). Non ero lì per giocare bensì per tenere una conferenza di presentazione sul corso di scacchi-terapia che tengo alla fondazione Anisé di Bergamo.
Insieme a me c’erano, per presentare i risultati dei loro lavori, Alfredo Molgora, ipnotista, e Simona Brotini, neurologa. Molto molto più avanti di me. Molgora ha affrontato la resa agonistica (non soltanto negli scacchi) partendo dal talento. Che è una qualità misteriosa di cui molti sono dotati, in misura diversa e, soprattutto, in ambiti diversi. Generalmente chi è dotato in un ambito (come la matematica, o il basket) è meno dotato in altri ambiti (come l’uncinetto o la pesca con la mosca).
Quando i talentuosi decidono di affrontare professionalmente il loro ambito, sanno di essere bravi. Ma sanno anche che dovranno competere con altre persone dotate del loro stesso talento specifico. Quindi devono allenarsi, ottenere risultati, e provare piacere in quello che fanno: tutte cose che si fanno meglio con la passione. La sintesi di Molgora, derivata dalla sua lunga esperienza professionale, è che il talento è necessario ma rappresenta soltanto la base di partenza. Più che il talento può la passione.
La dottoressa Brotini, giocatrice di scacchi, ha supportato con dati scientifici la sua esperienza personale: quando ha cominciato a giocare, vedeva una parte minima della scacchiera; con il tempo e la pratica, la sua visione si è ampliata, così come la qualità dei suoi risultati agonistici. Dal punto di vista neurologico (dati alla mano, frutto di esami specifici effettuati su scacchisti di varia forza, grandi maestri compresi) la pratica assidua ha comportato un aumento dell’attività della corteccia visiva del suo cervello, che si è inspessita e ha generato via via nuovi contatti con altre parti del cervello, diventando più efficiente ed efficace. Su questo concetto io mi sono un po’ incastrato, perché una mia esperienza personale, supportata da chiacchierate avute con altri amici scacchisti, è proprio questa: quando si comincia ad analizzare una posizione scacchistica, spesso non la si capisce. Non si «vede» quasi niente. Poi, a volte, sbam, tutto diventa chiaro. Si capisce tutto, si «vede»! Come se si aprisse una diga, e il flusso d’acqua che prima era bloccato si potesse sfogare con velocità e bellezza.
Mi ero fatto l’idea che ciò comportasse la trasformazione della percezione (la visione) in acquisizione di significato. La raccolta di dati sensoriali che si trasforma in possibile spiegazione razionale. Cioè, pensavo io. La dottoressa Brotini spiega che non è così. Non c’è trasformazione o passaggio, dipende tutto dall’espansione della percezione. Il processo è una specie di «più vedi meglio vedi e più vedrai». Io pensavo fosse «più vedi più capisci», ma sbagliavo. Quanta roba c’è negli scacchi, accidenti. E c’è chi pensa che sia soltanto un gioco.
(L’Operazione Tedoldi è una cosa che mi riguarda personalmente. È cominciata da una chiacchierata fatta al Circolo scacchistico di Treviglio intorno al 2007, e da una domanda che molti giocatori si pongono: un adulto che sappia giocare già da molti anni, pur essendo una schiappa come il giorno prima di imparare il gioco a che livello agonistico può arrivare…? Secondo un’opinione consolidata il limite è 2000 elo. Io ci sto provando)



