Ad Agrano per l’invito a pranzo in una conca della sponda Est del Lago d’Orta. Con la sua originalità di una chiesa medievale dalla scalinata sul fianco e sotto una cappella, che ricorda pestilenze passate con una mummia dentro. Si vede il teschio ma il corpo sembra ancora rivestito di muscolatura e pelle. Dicono sia di nobile signora del Settecento. Sulla cancellata la scritta ammonitrice: “viandante, guarda e vai con Dio”.

Al vicino parco c’è l’occasione per parlare con due sorelle giovani alle prese anche loro con il nipotino: “Abbiamo preferito ritirarci qui da Torino, per la possibilità di lavoro da remoto. Il paese? Ottocento abitanti, case nel verde, tranquillità e cordialità e senza più sballottare il bimbo per la città”.

Ad un quarto d’ora da Omegna, e due cartelli di richiamo naturalistico: il sentiero che porta alla cascata del torrente Pescone, e quello di un paio d’ore per il Mottarone, a prescindere dalla tragedia che ha riguardato la sua funivia, una magnifica visione, a 1500 metri, di laghi e catena alpina.

Alla casa che ci ospita si accede per una scaletta poi lo spiazzo al sole, sotto lo sguardo del gatto allertato dalle nostre voci che poi s’infila tra sdraio e tavolino, e vorrebbe entrare nella sala, oggi impedito dal cagnolino ospite, secondo il detto attribuito alle persone “sono come cani e gatti”. La sala ha il tocco artistico della padrona di casa. Mobili rustici, venature d’ombra, tagli di colore nelle tele, e molti libri come piacciono a me, in saliscendi e file dietro che fan venir la voglia di toglierli per scoprire autore e titolo, in inglese, francese, “e pure in tedesco?” chiedo. Si, il marito parlava correttamente quattro lingue. E altre stanze sopra, a metà scala e dietro, quasi attraverso una porta segreta difesa da uno steccato, oltre gradini in pietra, il rifugio del lavoro della fantasia dove ci sono le tele bianche e in via di creazione, le cornici, i tessuti o i cartoni, scatole, tubetti di colore, vassoi e piatti, stracci e materiali di ogni tipo, secondo quel che il cuore detta alla padrona di casa. “MI piace è ovvio, dipingere, ma uso tutta la casa. Non ci sono stanze chiuse e mobili nella polvere. Mentre metto l’acqua della pasta esco in giardino a bagnare qualche pianta, o vado sulle scale a dare il lucido allo scorrimano, preparo la tela e magari scendo a rimettere in ordine gli ultimi ciocchi di legna nella legnaia, tolgo il morsetto a vite dal pannello che ho incollato e corro a controllare la torta nel forno  per gli ospiti. La casa è grande e me la godo tutta”.

La meta della giornata è però il Museo Rodari di Omegna. “Affrettatevi prima che chiudano il centro, oggi Sagra di San Vito e non scordatevi il biglietto alla pesca, ricordandovi di non buttarlo; oltre al “pescato” potete vincere un’auto elettrica nuova fiammante”.

Per mia generazione del ’68, all’alba della Riforma della Scuola dell’obbligo, due furono i maestri: Don Milani e Gianni Rodari. Nella Media si sventolavano le pagine di “Lettere a una professoressa”, alle Elementari si leggevano le filastrocche di Rodari.

Portare un bimbo di 18 mesi in un museo è una sfida “rodariana”: Rodari giocava con le parole, le metteva a confronto, meglio se cozzavano e tirava fuori filastrocche e storie, versi dispettosi e domande spiazzanti: perché scende la notte? Perché il gallo canta? Perché al Polo Nord fa sempre freddo? Perché le bugie hanno le gambe corte? E via discorrendo. Lui, il nostro bimbetto, non sta fermo, e vuole sempre toccare. Se gli fai vedere un gadget, poniamo una matita, lui vuole la medaglietta, se gli mostri la maglietta con stampato il Lago d’Orta lui afferra il libro della Grammatica della fantasia. Vuole prendere la cornetta del telefono dove componendo un certo numero puoi ascoltare una sua storia, di Rodari intendo. Lo porti dietro il paravento, al buio dove si può ricuperare la storia delle industrie che il territorio aveva e ancora ha, si tratta di toccare dei punti luminosi proiettati in parete. Subito a capire che basta mettere la manina. Così il discorso va avanti o indietro a piacere suo però. Di sopra c’è un marchingegno a manovella per mostrare il rovescio possibile della storia: Cappuccetto Rosso cattivo e il lupo buono, Biancaneve che bastona i nani, la Bella Addormentata che non si addormenta. Lui, il nostro Giò che continua a girare la manovella come vuole e non si stacca più anche se arrivano altri bimbi. Su un altro tavolo compaiono parole e spostando due bocchettoni nei vari incavi si ottengono buffe storie del tipo il rosmarino era amico del fiore o il fiore si è fatto una cotoletta al rosmarino. Se però continuate a spostare i bocchettoni come fa lui andando da una parte all’altra del tavolo, si crea un effetto giochi d’artificio. Tutto bello se siete soli con lui, più complicato se intanto arriva una famiglia, magari svizzera, con diversi figli. Così dove si proietta Gianni Rodari a fare da maestro in una classe di bambini.

Bello comunque il Museo, divertente e istruttivo. E poi il suo libro Giò se l’è portato a casa.

Abbiamo visto la casa dove è nato nel 1920. Quando entrò nella redazione dell’Unità si trasferì a Roma. “Ma restò sempre legato alla sua terra, e tornava sempre” mi dice la responsabile del Museo.  I suoi anni fervidi sono stati gli anni ’50. Cominciò a scrivere per bambini e ragazzi quasi per caso. Non se ne staccò più. Non più storie moralistiche o sentimentali, ma libero gioco della fantasia. Sullo sfondo delle sue storie c’è il passaggio tra mondo contadino e la fabbrica. Antiamericanista e, pacifista, per gli emarginati, i disoccupati e gli operai, pacifista e per un mondo arcobaleno. Anticonformista come il Nigoglio, il fiume che uscendo dal Lago d’Orta punta dritto verso le Alpi. In dialetto si dice: “La Nigoglia la va in su/ e la legg la fouma nun”.


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