Il nome Noci richiama l’entità agricola originaria. Doveva essere boscoso. Posto nell’entroterra e su un’altura, era adatto alla coltivazione delle noci e d’altro, vigne, legname vario come leccio, fico, quercia, pino. Fresco d’estate (non oggi!) freddo d’inverno. Zona un tempo d’acqua, di laghetti, di pozzi e fontane come quella che placa la nostra sete una volta giunti in piazza Garibaldi, semideserta, con qualche operaio a montare il palco per le feste agostane

Arriviamo da Bari passando per Gioia del Colle con sosta al Santuario della Madonna della scala. Immagino alludi alla scala del Cielo. Su un’altura, un viale alberato e un grande parcheggio. La chiesa e il monastero, i benedettini dal saio nero qui giunti da Parma nel 1930 quando esisteva solo una chiesetta. Visitabile solo dalla grande chiesa dove sta per iniziare la messa prefestiva. “Cantata in gregoriano” mi dice la signora che sta uscendo dalla foresteria. Divenne monastero, un punto di riferimento e di spiritualità per tutta la Regione, i monaci dediti anche al restauro di libri antichi. Il luogo fu trasformato in seguito al lascito di Donna Laura Lenti, l’ultima erede di una illustre famiglia del posto, con campi e coltivazioni circostanti.
Dalla piazza di Noci, centro della vita cittadina, ci dirigiamo al cuore, la Chiesa matrice, per una strada che va in tondo, e dove si affacciano “le gnostre”, vicoli chiusi dalle caratteristiche denominazioni di “de Sante Stefane, de Monache, de Tinte, du Cucche, du Crucifisse, du Patetèrne”. Le gnostre sono slarghi che diventano piazzette, serrate nel saliscendi di abitazioni dalle varie entrate, finestrelle, scalette, poggioli, seminterrati, tutto aggraziato da sempreverdi e fiori.

Si passa davanti al Palazzo Comunale con l’adiacente statua dell’illustre concittadino Giuseppe Albanese, martire della Rivoluzione napoletana del 1799. Fu uno dei capi di quella breve repubblica, dopo la cacciata dei Borboni. Giuseppe apparteneva ad un nobile casato che aveva fatto la storia di Noci. Lui contribuì a quella napoletana, alla prima rivoluzione borghese d’Italia, cinquant’anni prima di Milano. Gli eventi furono favoriti dai francesi padroni della penisola ma che poi fecero di tutto con il loro comportamento (e latrocinio) per far andar male le cose a Napoli. La città era la più grande d’Europa, con una costituzione che ricalcava quella francese. Ritiratisi i francesi dopo il fallimento dell’impresa napoleonica in Egitto, i seguaci della Repubblica furono sopraffatti dai sanfedisti del Cardinal Ruffo, i capi decapitati sulla piazza del mercato, tra cui la passionaria Elena Pimental Fonseca, ultima a salire sul patibolo con le parole: “forse un giorno sarà caro ricordare tutto questo”.

La Torre dell’Orologio è stata ricostruita sulla vecchia dopo le intemperie del marzo 1900, funzionante, con le due campane e i rintocchi, per l’ora e la mezza. Si è già in Piazza Plebiscito, luogo storico della vita politica. La Chiesa della Natività di Maria, recentemente restaurata, rivela dei tesori scultorei notevoli: la Madonna in trono col bambino di Stefano da Putignano (1509), il fonte battesimale di pietra locale, il polittico dietro l’altare maggiore.

Un’apparizione per me è stata la Madonna del Barsento, vicino ad Alberobello, eccellente angolo di Puglia. La strada scende e sale per zone boscose, il cartello marrone dei beni storici che si fatica a vedere, lo sterrato che sembra perdersi nel verde, la comparsa del bianco edificio incorniciato dal cielo azzurro. La custode gentilissima ci apre con le sue bimbette compiaciute nella parte di guida. “Ci sarà un battesimo nel pomeriggio“. E ci spiegano dell’antica nicchia che risale al primo Medioevo con l’affresco del Cristo Pantocrate – il punto omega dell’universo diceva Teilhard de Chardin – dei monaci che l’hanno abitata, dei concerti che a volte vi si tengono. Da Bari a Brindisi passava la via interna parallela a quella della costa, l’una era la via Traiana, questa era detta via barsentana. Davanti uno spiazzo circondato da muretti a secco da dove lo sguardo si posa sulla macchia mediterranea intorno, che degrada verso il mare, e più in là, al confine che rompe ogni confine.




