Home Cultura Il placido Pino e la ribelle Cleopatra. Una storia di asini

Il placido Pino e la ribelle Cleopatra. Una storia di asini

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Pino e Cleopatra sono i due somarelli, compagni di pascolo, cui ho fatto visita stamane, nel löch delle Patèrne, dove si trovano in questo periodo a brucare la prima e tenera erbetta di stagione, che alternano ancora, soprattutto nelle giornate piovose, con una dose giornaliera di fieno residuo depositato l’estate scorsa söl pòrtech dol fé della piccola stalletta.


Il caratteristico edificio rurale tradizionale attribuisce al podere un aspetto familiare; all’intorno, due recinti separano l’area di pascolo da quella coltivata a prato stabile, mentre a Nord una solida parete rocciosa protegge quell’isola colturale dai forti venti e dalle intemperie. Sino a pochi mesi fa, assieme con gli asini pascolavano anche le pecore. In montagna sussiste la piccola proprietà contadina, la terra ha subito negli ultimi secoli un incessante e continuo processo di frazionamento e alla medesima azienda, di esigue dimensioni, fanno riferimento diversi “fazzoletti” di terra sparsi qua e là, anche distanti tra loro e non sempre raggiungibili dalla strada carrale.
Nel löch delle Patèrne.
Al maschio non poteva essere attribuito un nome più appropriato per un asinello: Pino, abbreviativo di Alpino, richiama la condizione di uomini e animali da queste parti, ma potrebbe anche trarre origine dal diminutivo del nome proprio Giuseppe (Giuseppino, Pino), assai comune e diffuso nel panorama onomastico delle famiglie rurali tradizionali sulla montagna orobica. Quell’asinello ha un carattere docile e sottomesso e da diversi anni viene utilizzato da Santa Lucia la notte magica del 13 dicembre: in tale circostanza, durante i suoi spostamenti, i bambini lo avvicinano, lo accarezzano, lo pongono al centro delle loro attenzioni, grati per il prezioso servizio reso dal quadrupede alla Santa forse più conosciuta e attesa dai più piccoli, portando in groppa il sacco dei doni. Cleopatra, invece, la femmina, è più bizzarra, anche un po’ ribelle: manifesta atteggiamenti selvaggi, indietreggia se qualcuno le si avvicina e difficilmente si lascia catturare; è poco avvezza alla briglia e solo Francesco, che riconosce essere il suo padrone, riesce a dominarla e a condurla con la corda durante il cambio del pascolo. E’ forte, indipendente e bella, come la famosa Regina d’Egitto, che conquistò il cuore dei Re di Roma, di cui porta il nome. Cléo – così viene chiamata d’abitudine – è gravida e da un giorno all’altro è atteso il piccolo asinello: ha superato ormai il termine da una decina di giorni, la pancia si presenta gonfia come un pallone e le mammelle le si sono gonfiate, segni premonitori che annunciano il parto ormai imminente, rafforzato dal fatto che si è appena fàcc la lüna. Oggi, però, pareva tranquilla e indisturbata nel praticello antistante la stalla, ricoperto da una sorta di tappeto giallo di botton d’oro, dove stava felicemente pascolando al mio arrivo.
Pino (in primo piano) e Cleopatra (dietro).
Mi sono seduto söl sentàl de prida, accostato al muro del piccolo edificio rurale, e ho osservato a lungo, in silenzio, il comportamento di Cléo. Tèche, il cane pastore delle Canarie, mio compagno di viaggio, si è accovacciato lì a fianco, mentre Pino, anch’esso poco distante nel prato, mi guarda, immobile, come se si stesse chiedendo qualcosa, ad esempio il perché di quell’insolita circostanza, quando, di norma, a far loro visita è Roberto, che quotidianamente raggiunge i due ciuchi da Ricudì, dove ha sede l’azienda agricola e nella nuova stalla si allevano mucche di razza grigio-alpina e pecore massesi. Pure io indugio nell’osservazione di quella singolare compagine ambientale e mi interrogo sul perché il quadrupede, da soma o da basto, con le sue orecchie lunghe e dritte, sia stato utilizzato quale simbolo dell’ignoranza e della zotichezza, come pure della caparbietà e della testardaggine. Ingiurie immeritate, se solo pensiamo al prezioso servizio che nel passato il somaro ha reso alle popolazioni rurali della montagna, risparmiando loro tante fatiche! O meglio: condividendo con la popolazione locale i molti sacrifici quotidiani. Come non ricordare i frequenti richiami al popolare equino nei rimproveri ai bambini discoli (Fà mia l’àsen!…), oppure il temuto bànch do l’àsen, che nelle aule di un tempo non mancava, spesso isolato in un angolo in fondo alla classe, come una sorta di gogna. Ancora: le insegnanti più “diligenti” tenevano sempre pronte in classe due lunghe orecchie di carta, tenute insieme con un elastico, che facevano indossare a quei bambini che non avevano fatto il compito, oppure ai soliti smemorati che non avevano studiato la poesia. Ma il richiamo al somarello non è stato meno indolore nei confronti delle persone adulte se, ancora oggi, il proverbio “Raglio d’asino non giunge mai in cielo” sta a significare che le proteste, le azioni, i comportamenti e persino le imprecazioni di un ignorante rimangono privi di efficacia.
Cleopatra nel prato delle Patèrne.
Pino e Cleo fanno parte dell’azienda agricola Recudino di Francesco, mio figlio, assieme a quindici capi di bovini di razza grigio-alpina e a circa cinquanta pecore massesi. L’allevamento è impostato sulla linea del latte, per la produzione in azienda di stracchini e formaggi pecorini, secondo le tecniche tramandate in famiglia. Dei due maiali, invece, sono rimasti solo file de salàm e feléne de cudighì appesi al soffitto della cantina. Il bèrlo è pronto ad accoglierne altri. I due ciuchi vivono ai margini dell’allevamento principale, lontani dalla stalla dotata dell’impianto di mungitura e del laboratorio per la produzione degli stracchini; soprattutto la loro funzione non è più così ben definita: se un tempo, in un passato poi non tanto remoto, l’asinello era un importante animale da lavoro, utilizzato soprattutto per i trasporti locali, al giorno d’oggi la sua presenza ha un vago richiamo alla tradizione e, oltre a riflettere una sorta di naturale trasporto dell’allevatore verso questo animale, viene impiegato soprattutto per tignì nècc i pàscoi, in modo particolare quelli più distanti e meno idonei all’alpeggio di bovini e ovini, contenendo così l’avanzare imperterrito e indisturbato dei rovi. Però “asinovie” e fattorie didattiche, diffuse in diverse realtà, hanno posto il ciuco di antiche reminescenze al centro di programmi attuali di sviluppo rurale. I tempi cambiano e con essi anche il nostro stile di vita, attualmente consolidato attorno a diversi servizi alla residenza, offerti dalla modernità, oggi divenuti irrinunciabili. Ma non è sempre stato così. Sino a tutta la prima metà del secolo scorso, quasi tutti i villaggi di monte sulle Orobie erano raggiungibili solo attraverso sentieri e mulattiere: una fitta rete di percorsi rurali pedonali offriva diverse opportunità per l’esplorazione di un territorio che pareva allora molto più vasto e, per certi tratti, anche lontano e difficilmente raggiungibile. Nelle zone di fondovalle, dove giungevano e sì interrompevano le prime strade carrali, le merci provenienti dalla pianura e dalla città giungevano sui carri e da lì proseguivano, risalendo ripidi versanti e superando anche notevoli dislivelli, a dorso di asini e muli, ma anche sulle spalle, già provate da tante fatiche, di uomini, donne e bambini forti della montagna. E s’fàa chèl che s’püdìa! Niente di più, niente di meno, tutto con molta naturalezza. Fare fatica e camminare, in continuazione, sul lavoro o con i pesi sulle spalle, era normale.
Il trasporto del letame dalla concimaia al prato (Centro Studi Valle Imagna- Archivi della Memoria e dell’Identità – Fondo Alfonso Modonesi)
Il somarello era il piccolo quadrupede da lavoro, da soma e da traino, più diffuso da queste parti, ma non tutte le famiglie potevano permetterselo, poiché significava accantonare un’ulteriore razione di foraggio e il fieno quassù è sempre stato una risorsa preziosa, sempre insufficiente. Era un animale di generale impiego nella famiglia contadina e, sulla grossa e rozza sella di legno, ben fissata sul dorso dell’animale da soma con robuste cinghie sottopancia, venivano collocati o appesi carichi diversi. Una volta la settimana ol Ferùcio vi caricava da due a quattro cassète de strachì, scendendo l’estate dall’alpeggio de Cürnì sino in paese, dove ad attenderlo c’era ol Marù col suo camioncino, noto commerciante di stracchini. Ol Giùlio, invece, vi caricava, capovolta, la grossa culdìra de ram, ogni qualvolta in primavera saliva con la mandria al seguito ai Càlf e sö de Pràcc de Robèi per l’alpeggio, mentre l’autunno ritornava in paese, dopo aver pascolato anche i pràcc de Piassacà. Alcune fotografie, prodotte dalla ricerca etnografica di Alfonso Modonesi tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, ritraggono il nostro allevatore e casaro mentre conduce – guida alla briglia – il suo somarello che trascina öna sléta de frósche per rögà ol rüt en dol prat, dopo averlo ben disteso in autunno. Così pure il nonno, anticipando la prima neve, fissava alla robusta sella del suo asinello e dò casse dol rüt: si caricavano con la forca a forza di braccia vicino alla concimaia e venivano svuotate poi nel prato; sganciando il fermo della sponda, si apriva lo sportello e il carico di letame cadeva a terra. A quel punto bastava fàl cor col ràscc, per distenderlo in modo uniforme nel prato. Il somarello – che pure si chiamava Pino – era stato acquistato da mio padre, ancora giovinetto, all’insaputa del nonno, proprio con l’intento di schivare alcune gravose fatiche di trasporto ai suoi fratelli e l’anziano capostipite lo teneva legato in una stalla diversa da quella delle vacche. Affiorano e risuonano ancora oggi nella mente le voci ferme e robuste di comando degli zii, mentre incitano l’asinello a procedere o a fermarsi, nel corso di giornate massacranti di duro lavoro: al grido Üh… Pino!…, accompagnato a volte da una pacca di mano sulla coscia posteriore, il ciuco avanzava; si fermava, invece, quando, trattenuto con la briglia, partiva il severo comando: Öh!… Pino!… Quasi sempre le disposizioni andavano ripetute più volte, per imporsi sul testardo quadrupede, che pareva sordo e insensibile alla volontà del suo conducente. Altri montanari si avvalevano dell’asinello per l’esbosco del legname o il trasporto dei sacchi di carbone dal poiàt sino al luogo di carico del prezioso combustibile sui carri, poi destinato ai forni della città. Per alcuni anziani, il ciuco era pure il compagno di viaggio al mercato quindicinale della Felìsa, perché al ritorno, oltre a ü tòch de formài de tara, avrebbero introdotto in famiglia anche un sacco di farina per la polénta o ü sachèl de panèl per i àche. Era, anche questo, un modo per risparmiare qualcosa, senza dover dipendere dal servizio dei mulattieri o dei böteghèr, i quali, in funzione della loro preziosa attività professionale, disponevano di una o più coppie di possenti muli. L’asinello distingueva anche la condizione dei piccoli contadini e allevatori di monte – i marà – dai bergamì, i quali, soprattutto forti del loro status economico, del prestigio sociale acquisito e di particolare esigenze, si avvalevano del cavallo, anzi possibilmente della cavalla dal pelo bianco, che durante le frequenti transumanze bardavano con i finimenti migliori e alla Bassa utilizzavano per il traino del carro colmo di masserizie, la loro casa. Non impiegavano certo la bella cavalla bianca per il trasporto del letame o per il traino dei tronchi nel bosco.
Il Giulio col suo asinello nei prati di Regorda, a Corna Imagna (Centro Studi Valle Imagna- Archivi della Memoria e dell’Identità – Fondo Alfonso Modonesi)
Pino, il ciuchino del nonno, lo ricordo ben governato fò en de la stala dol Carlùcio, poco distante dalla bella chiesetta di San Domenico, nella contrada medioevale di Canito, attorno alla quale gravita tutt’ora ol löch de Patèrne, dove mi trovo in questo momento. Quel somarello è rimasto impresso nella memoria della mia prima infanzia, perchè uno zio – Ugo, mi sembra, il più giovane – mi aveva messo sulla sella, mentre lo guidava per mano con la briglia. Dall’alto, il groppa all’asinello, il mondo circostante mi sembrava più grande e dalla mulattiera sottostante riuscivo a vedere la casa del nonno e la spaziosa èra antistante, dove ho vissuto le mie prime esperienze di vita. Ugo, su quel somarello, mi ha fatto sentire alto e grande in un attimo, imprimendo nella mia memoria una traccia indelebile di quel gesto, ben presente e viva ancora oggi, a distanza di oltre cinquant’anni.
Raffaele col suo asinello a Locatello (Centro Studi Valle Imagna- Archivi della Memoria e dell’Identità – Fondo Alfonso Modonesi)
Dal sentàl della stalla delle Patèrne mi si ripresentano dinnanzi tante persone e ripercorro azioni e situazioni del passato, mentre con lo sguardo vado oltre il grosso ciliegio in fiore che ho davanti e, traguardando l’orizzonte, mi ricongiungo con le case e le stalle de Canìt e de la Bötèla, i due principali centri rurali di vita contadina dove sono nati rispettivamente il nonno e la nonna paterni, ambiti favolosi e straordinari di irradiazione delle mie prime scorribande infantili…
Intanto Pino e Cleo continuano indisturbati nel pascolo: essi non hanno conosciuto la fatica delle generazioni che li hanno preceduti. Cleo, in modo particolare, non ha mai “indossato” la sella e anche la briglia forse le è di troppo. Ciononostante sono parte integrante di quel mondo, rimasto antico, dal quale provengono. Mi riconosco un po’ anch’io nella loro stessa condizione: non ho provato di persona le immani fatiche e i sacrifici di mio padre, del nonno, degli zii e delle molte altre persone che hanno saputo costruire durature e forti relazioni di famiglia e di comunità nel villaggio, ma sono testimone diretto di quel mondo contadino della montagna orobica dal quale proveniamo.
Il tempo scorre inesorabilmente, la vita è sempre più complessa, ma continuo ad emozionarmi profondamente, come quando ero un bambino, dinnanzi al miracolo della nascita. Anche quella di un somarello…



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