Parliamo un nostro linguaggio che non è quello dell’animale, cane o gatto, e non solo, degli animali tutti  lombrico o cervo o scimmia. Come parlare del loro amore? Gli animali noi li usiamo, li stupriamo, li facciamo a pezzi, alimenti intensivi o macelli. Amore sarebbe zoofilia, quella dell’Ottocento anglosassone per cui era cattiva immagine picchiare il cavallo in piazza?

Che discorso fare? Chi è l’animale si chiedeva Derrida? E’ l’altro e la parola ingabbia. Dipende da come è stato istituito, come è stato parlato e ne hanno parlato gli uomini, e continuiamo a parlarne dando nomi, classificandoli. Diciamo bestie. Che voce hanno? hanno solo versi. Rispondono? Amano?

Gli uomini hanno apprestato tecniche di disconoscimento, frontiere che ci separano da loro. Già dai miti antichi. Esprimono potere. Epimeteo (colui che si accorge in ritardo) distribuisce qualità e nomi agli esseri viventi e non ne restano più per gli uomini. Gli uomini danno i nomi, come Adamo nel Paradiso terrestre.

L’uomo che ha per suo proprio quello di non avere un proprio, priva l’animale del suo proprio.

Derrida racconta del gatto – gatta in verità – che entra mentre lui nudo è sotto la doccia e lo guarda. Gli sguardi si incrociano: “Sì, la gatta può guardarmi e tra me e lei c’è uno scambio di sguardi”.

Ricordiamoci del termine latino specere, guardare, da cui specie.

Derrida (L’Animal que donc je suis, 2006) usa il termine animot che echeggia il plurale animaux, per sottolineare la natura antropocentrica, arbitraria, del termine. L’animale che ho davanti è in realtà un singolo, tra i tanti animali, né genere, né specie. D’altronde, noi singoli, siamo una moltelicità di viventi, batteri o virus.

L’uomo nominando domina, anche parlandone e parlando di amore degli animali. Invece “loro” sono troppi, e diversi. Proiettiamo di nostro sull’animale, sugli animali. Amore di diversi amori che ciascuno di noi ha verso l’animale, un animale.

Gli animali sono passivi oggetti d’amore? O invece lo subiscono, soffrono, sono vulnerabili, come lo siamo noi?

L’artista Francis Bacon dipinge pezzi di carne, corpi squartati, indiscernibilità tra uomo e animale, semplicemente  carne da macello. Hugo von Hofmannsthal racconta di mamma ratta che vedendo i piccoli morire di veleno sparso lancia il suo “disperato” stridìo di denti. Così la vacca al lamento dei suoi vitelli messi a morte. Gli animali resistono, si ribellano, nonostante la millenaria domesticanza.

Si può parlare di un lutto animale? Il lutto, secondo il filosofo e teologo Joseph Butler, è sempre politico, non è confinato nella solitudine dell’io. Noi siamo attraversati dalla realzionalità, la nostra azione è con l’azione degli altri. Il lutto manifesta, reclama, denuncia un male che è lì. Anche per corpi che non si conoscono. E rivendicare il lutto è ritenersi in qualche modo responsabili, anche del male dell’animale. Diciotto miliardi di animali macellati ogni anno.

Parlare d’amore a proposito non tanto di cani o gatti, ma di serpenti, lombrichi, gazzelle od orsi, che senso ha? Si potrebbe rispondere con Peter Singer: oggi abbiamo ben più conoscenze su di loro, sulle loro sensazioni, su quello che è loro male. Li vediamo sottrarsi, fuggire, nascondersi, “gemere”. Queste parole valgono forse solo per noi? Quel che si può dire oggi è che certe cose sono male per loro e soffrono. E noi non possiamo rispondere semplicemente con “che importa? non sono della nostra specie”.

Per Deleuze (G. Deleuze-F. Guattari, Mille piani 1980)  l’animale non è mai tranquillo, è sempre in tensione, in attenzione; osserva quel che attorno accade. Gli animali non sono definibili come essenza ma come relazione. Anche l’amore si forma in un rapporto. Il cane può essere un animale demoniaco come la pulce può diventare un animale domestico. Dipende dalla relazione, e dalla relazione che noi instauriamo. Il divenire ci trasforma e la relazione con l’animale ci trasforma in un divenire. Ci trasformiamo e si trasformano.  Non si tratta di fare l’animale ma di diventarlo. Reale è il divenire.

Si può parlare di desiderio nel caso dell’animale? Comunque più che di mancanza si tratta di “gioiosa ibridazione”. Anche il desiderio è questione di legami. Il problema dell’animale è trovare una collocazione nel branco: dove sono, si chiede, dentro, fuori, al centro, ai margini? Si parla di un suo territorio, ma ogni territorio suppone una possibilità di uscita e di entrata. Il desiderio si situa per l’animale (come per noi) nel rapporto,  secondo i rapporti.

La stessa etimologia del termine libertà, nella nostra e nelle altre lingue europee, secondo Èmile Benveniste,  si rifà ad un ceppo comune (leud oppure frei) a parole similari come amore, amicizia. Ciò significa che la libertà,  come l’amore e  l’amicizia, si costituisce in una crescita di socializzazione. Scoprire se stessi nel riconoscimento degli altri. E vale per l’uomo come per l’animale.

Sintesi della relazione di MASSIMO FILIPPI
L’AMORE DEGLI ANIMALI
Auditorium Liceo Mascherononi di Bergamo, 17 marzo 2026 
all'interno del Programma Noesis 2025/2026

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