Noi uomini e donne dell’antropocene siamo in emergenza climatica. La terra si surriscalda, indubitabile; ma non alla stessa maniera, le terre non come gli oceani, le montagne non come le zone pianeggianti o il mare, l’Artico non come le zone equatoriali. L’accordo di Parigi (2016) si proponeva di contenere il riscaldamento entro 1,5°C entro la fine del secolo. Superarlo avrebbe portato a scenari catastrofiici. Non siamo lì ma ci stiamo avvicinando.
Ci siamo arrivati nel 2024 e questo ha messo in allarme scienziati e opinione pubblica. Tecnicamente però un anno non fa tendenza. In un anno potrebbero sovrapporsi diverse cause o fenomeni tipo El Niño. La tendenza deve protrarsi per un certo numero di anni, almeno 20. E’ evidente che il cambiamento inesorabilmente in atto impatta sul vivere: ci sono problemi di acqua, inquinamento d’aria, immissione di materiali nocivi nella biosfera, mancanza di neve, ghiacciai che si sciolgono, uomini e animali che cambiano habitat, eventi estremi come alluvioni, esondazioni di fiumi, incendi, ricorrenti siccità, tempeste improvvise capaci di abbattere una foresta, milioni di alberi come è successo in Trentino nel 2018 (tempesta Vaia). Ci si può consolare pensando che i disastri se non altro fanno discutere e affrettano i provvedimenti.
Cosa dire delle montagne? Sempre più desiderate nelle nostre fughe alla ricerca di un salutare contatto con la natura, sono considerate sentinelle climatiche. Sono un dono di vita sana e di godimento estetico, ma anche riserva d’acqua che continua a scorrere sotto la coltre nevosa o il ghiacciao, serbatoi di acqua potabile per le nostre città. La sparizione di un ghiacciaio è accolta ormai con un funerale, ad indicare lo sconquasso che provoca, come quello inscenato nel 2019 da Legambiente per i già molti ghiacciai alpini esauriti. Quando un ghiacciaio è dichiarato estinto? Pur se le nevicate sono sempre più alte, magari più abbondanti, non bastano a nutrire un ghiacciaio. L’innalzamento dello zero termico e le estati sempre più calde finiscono per intaccarlo, sfibrarlo e scioglierlo. Oppure, se pur lo si vede ancora, la riduzone dello strato nevoso persistente non esercita più quel peso necessario a farlo scorrere. Il ghiacciaio si ferma.
Cosa comporta? Non si tratta solo di un paesaggio che cambia; al posto del bianco una desolata landa ghiaiosa. Non è questione di riserva d’acqua che vien meno a beneficio dell’agricoltura che teme le siccità, o di acqua potabile che potrebbe venir meno per la città; o ancora, di scarsa possibilità di forza energetica. Il bianco della neve e del ghiacciaio riflette la luce solare (albedo) mentre il terreno scuro o le sporgenze rocciose assorbono le radiazioni solari così immagazzinando calore. Il ghiacciaio delle montagne è un archivio storico che documenta il passato, come l’Antartide lo è con le sue lunghe carote di ghiaccio. Dal ghiacciaio si ricavano dati sul metamorfismo della neve, l’abbondanza o la mancanza di nevicate nell’arco di anni, le tipologie stagionali, le modalità di adattamento di esseri viventi e comunità umane. Conservano pure testimonianze di eventi storici, di oggetti e corpi rimasti intrappolati e che a distanza di anni potrebbero riemergere.
I cosiddetti hot spot (punti caldi) determinano la frantumazione delle rocce, i paesaggi desolati, la flora che si sposta in alto e conseguentemente la fauna. Generano altri sfruttamenti del suolo; pensiamo agli impianti sciistici e il bisogno di innevamento artificiale con relativo spreco di energia. Si scioglie il permafrost, il terreno gelato delle regioni fredde, un quinto delle terre emerse. Riducendosi fuoriescono metano e gas inquinanti l’atmosfera. La CO2 o gas serra, pur fondamentale per l’insediarsi della vita sul pianeta, diventa nociva.
Esempi di clima estremo sono sempre più frequenti. Il calore più elevato dell’atmosfera favorisce tempeste, cicloni, trombe d’aria, perturbazioni violente. Come ci sono maree d’acqua così ci sono maree d’aria, enormi masse d’aria che si spostano al variare del calore tra aree adiacenti, che si spostano orizzontalmente e verticalmente, scambiando o accumulando calore. Confliggono o si esaltano, secondo i principi della termodinamica. E’ successo con il ciclone Harry che ha colpito drammaticamente il Sud provocando piogge torrenziali e venti impetuosi. Nato da un vortice di bassa pressione sull’Atlantico è poi entrato nel Mediterraneo più caldo e spostandosi lentamente ha accumulato energia. Si è concentrato su una limitata fascia costiera e ha scaricato in tempi brevi un’enorme quantità d’acqua con venti superiori a 100 km l’ora.
Il riscaldamento in atto e gli eventi drammatici che ne derivano hanno più ripercussioni su zone di per se stesse fragili, come sulle popolazioni deboli. Le siccità africane spingono i poveri a emigrare. Hanno maggior impatto su chi deve arrangiarsi con il poco che ha, senza sussidi, senza possibilità di appoggi e ripartire. Incide su chi non ha strumenti culturali adatti a capire, interpretare e intravvedere le possibili soluzioni. Rischi e diritti non sono gli stessi per tutti. Possono avere anche un impatto di genere: più colpite le donne rimaste a svolgere lavori lasciati dagli uomini costrett a spostarsi per lavoro. Alle precedenti mansioni se ne sono aggiunte altre. Oggi abbiamo più dati disponibili, più conoscenze, più mezzi per affrontare situazioni difficili. Siamo coscienti dei punti di fragilità e dei rimedi da mettere in campo. Forse non tutti; o almeno le giovani generazioni si dimostrano più sensibili e disposte ad affrontare un futuro rischioso.

Sintesi della relazione di Elisa Palazzi
L’AMORE DELLA TERRA: SENTINELLE CLIMATICHE
Auditorium Liceo Mascherononi di Bergamo, 3 febbraio 2026
all'interno del Programma Noesis 2025/2026




