Nel mito greco (Esiodo) Eros è affiliato a Caos; nasce dalla profondità delle tenebre. Aristotele, attingendo dai precedenti autori, vede la primarietà dell’eros, causa e motore degli esseri, principio di vitalità e unione; ma lo connette al nous, all’intelligenza: “qualcuno ha detto che l’intelligenza sta nella natura come in tutti i viventi e a me sembra costui sobrio a differenza di altri” (Metafisica). In tal modo ne sottolinea l’ambiguità, di oscurità e di luce come si legge in certe figure che compaiono nella mitologia: Satiri o Fauni, espressioni di vita e di disordine, che si accompagnano a Dioniso raffigurato come un bimbo dolce e innocente, che è smembrato e fa a pezzi.

Non c’è forse un che di analogo nella pornografia che dilaga, alla ricerca di bellezza e volta in  volgarità, un misto di  idealità e turpitudine? Duplicità  non c’è forse nel mito della nascita di Eros, come ci viene tramandato dal Simposio per bocca di Socrate, Eros che è figlio di Poros, la ricchezza, e di Penia, la povertà o mancanza? Laddove il filosofo di Atene ne però sottolinea la figura di medietà del demone tra cielo e terra, né uomo né dio, né mortale né immortale.

Platone intuisce dell’amore l’aspetto di patimento (pathos). L’amore è qualcosa che subiamo. Non più il soggetto sicuro, protagonista, autosufficiente, ma la difficoltà di essere soggetto e preso dal desiderio perché mancante, incompleto. Ma se l’uomo è mancante, dice ancora Platone, è costretto a creare, a fare, a inventare. Diotima nel suo discorso sull’amore (Simposio) ne sottolinea la fecondità. L’amore garantisce la sopravvivenza della specie e l’uomo amando crea, produce arte, poesia, guarda fuori, induce a fare  e stare insieme, a costituirsi in comunità, con le belle leggi. Non solo io e te, ma io con te verso altri e altro.

Lacan commenta, rileggendo il Simposio (Seminario 1961/62), in un modo strano: “chi ama in amore dà quel che non ha”. L’essere umano come l’oggetto del suo amore è mancanza in atto, mai finito e perennemente mancante. Non si chiude con il Tu. “Non posso vivere senza te” si sente ripetere in certe cronache di oggi. Ma se il Tu mi completasse, ne finirei schiacciato. Tu non sei il mio tutto perché non sei responsabile di me, e io non posso delegare la mia vita a te. La mancanza rimane. Lacan dice anche che l’analista non può prestarsi a una relazione completa, non può lasciare che il paziente sposti emozioni, sentimenti, pensieri, dalla relazione mancata su di sé (transfer). L’analista sarà un aiuto, un viatico, un darsi ma nella finitezza e nella vulnerabilità. La domanda del paziente chiede cura non esaudimento. Comunque sarà lui che dovrà andare avanti, a tentoni, e aprirsi nella sua sofferenza: mi affido, non mi annego, ho coraggio ma non da tracotante, provo ma conscio di possibili ferite e lacerazioni.

L’intimità tanto facile o voluta, dolce e rassicurante, che gli adolescenti vogliono e esigono, resta sempre un confronto. Quanti disastri ha portato la frase “tu sei il mio tutto”. “Ehi, voi due – dice agli amanti Efesto il dio greco del fuoco e che forgia –  volete congiungervi indissolubilmente in una sola cosa e così non lasciarvi né giorno né notte? E così felici di annullarvi l’uno nell’altro, nella vita e nella morte e nell’Ade?”. Lui come forgiatore è disposto ad accontentarli. Ma che disastro! “Non riesco a immaginarmi senza di te”. Diotima parla sì di incontro, di gioia, di felicità (eudaimonia), di sentirsi appagati. Ma l’incontro è riconoscersi in un tutto che supera il noi, io e te sempre aperti che ci porta a creare, in una dimensione sociale, globale, pur ognuno nella propria individualità e unicità.

Virginia Woof con il romanzo Orlando aiuta a riflettere sulla capacità di crescita, di un io dinamico,  disposto ad allargarsi, ad espandersi nella sua potenzialità, in un rapporto amoroso che ci dà di più sempre restando proprio. Nel romanzo che è una deliziosa lettera d’amore all’amata, la poetessa Vita Sackville-West, il protagonista è il bellissimo aristocratico Orlando che resta vivo e vegeto e giovane superando diversi secoli. Finché una certa mattina del secolo XVIII si ritrova donna. E’ a Costantinopoli, e nel suo nuovo corpo, dopo momenti di incertezza, si accetta, si compiace e  rimane se stesso, o meglio se stessa, nonostante certe noiose conseguenze e simpatici imbarazzi. La storia prosegue poi a Londra, già nel secolo successivo, e la la rivisitata Orlando incontra il suo cavaliere, romanticamente come si confà al gusto del tempo. L’uomo arriva sul destriero che s’arresta impennandosi e tra i due sono subito scintille d’amore. Per una notte almeno perché al mattino è subito congedo. “Lei disse il nome, finalmente: io mi chiamo Orlando. Lui l’aveva indovinato. No, non mi lasciare! Ma subito un terribile sospetto. E lei a lui: tu sei una donna; e lui a lei: Tu sei un uomo. E lui ansiosamente chiedeva: Sei sicura che sei un uomo? E lei rispondeva: Sei sicura che tu non sia una donna?”.

Il cavaliere deve proseguire, per le sue avventure romantiche. “Allora lei, Orlando, con il suo anello al dito uscì nel cortile, tenendo la staffa del cavallo. Lo sposo doveva cavalcarlo e fece un balzo, e gridò Marmaduke! – il suo nome – e lui rispose Orlando! e il vento sparpagliò le parole che salirono turbinando come falchi selvaggi, sempre più in alto, finché s’infransero e ricaddero in terra in una pioggia di sillabe; e lei rientrò in casa”. Ognuno per la propria vita.

Sintesi della relazione di Claudia Baracchi
L’AMORE E LA PSICOANALISI
Auditorium Liceo Mascherononi di Bergamo, 10 febbraio 2026 
all'interno del Programma Noesis 2025/2026

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