Tiziano in L’amor sacro e l’amor profano (Galleria Borghese, Roma) usa la stessa immagine di donna, vestita  e  nuda. Se ne stanno nei pressi di una fontana con il bimbo alato (Cupido) che mescola l’acqua. L’amore nel doppio volto che ognuno ha o cerca, sfaccettature di donna ora sposa ora donna del desiderio. Alle spalle un ampio paesaggio con il cavaliere che sale al castello, metafora del percorso non sempre agevole per raggiungere l’amore.

Nella Pietà di Bellini – opera custodita alla Carrara – si tratta dell’amore di madre, di dolore e lacrime per il figlio morto, in cui i visi sono accostati ad un Cristo esangue, le mani che delicatamente lo toccano. Si trovava nella Cappella del Doge a Venezia.  Lo stesso tema è nel dipinto di Brera. La madre, ancor più vicina,  la guancia di Maria accostata a quella del figlio in atto estremo di partecipazione, lo sguardo di Giovanni che cerca solidarietà, e il cielo plumbeo che sovrasta le figure. La mano di Gesù poggia sulla lastra marmorea dove si legge una scritta latina: “questi occhi gonfi quasi emetteranno gemiti, quest’opera di Bellini potrà spargere lacrime”. 

L’amore tenero, nell’immagine di madre e bimbo, è declinata in altre sue opere come nella Madionna Lochis ancora alla Carrara: pioggia dorata che trascolora sul lapislazzuli, compostezza della madre, sguardi che prefigurano il destino del bimbo. Bellini porta in scena Santi che sono spogli dell’iconografia tradizionale – pensiamo alla tradizionale Santa Caterina con la ruota – perché noi fedeli entriamo con i nostri sentimenti, con la nostra umanità. Il pittore veneziano ha imparato dai fiamminghi e porta le emozioni all’interno dell’arte italiana, creando un linguaggio che farà scuola. Dopo lui seguiranno Giorgione, Tiziano, Tintoretto, Veronese.

Tiziano con il suo cromatismo riesce a saturare tutto, a dare spessore e far vibrare oggetti e alberi, come i viola e rossi intensissimi  raccontano i panni di lana. Gli abiti di Venere in Giorgione trasudano un amore sensuale velato di mistero. La Venere dormiente adagiata su un morbido panneggio invece è nuda, spoglia delle ricche vesti, immersa nella natura e il viso si rivolge a noi,   le palpebre abbassate, la mano a coprire le nudità.

Altro è la Venere di Palma il Vecchio (Galleria Uffizi di Firenze) che ci dà l’immagine di donna concreta, valligiana, bergamasca appunto,  e il suo sguardo è ancora a noi, birichino, volutamente seducente, una Venere sanguigna e quotidiana.

In Tiziano sarà con lo stesso titolo, Flora, nel biondo ramato di rosso di  cortigiana veneziana, dalla camiciola di lino che scivola sul seno trattenuto dalla mano mentre l’altra offre un mazzo di fiori sontuosi e preziosi .

Il ritratto commissionato dal nipote del Papa Della Rovere,  la Venere di Urbino, è in realtà ritratto dell’amante. Guidobaldo Della Rovere mandò Monsignor Della Casa a controllare a che punto era l’opera e il Della Casa scriverà: “ un’opera da non esporre, perché sarìa una Venere che farìa venire il diavolo addosso al cardinale di San Silvestro”. Quel cardinale era il censore di Roma. Vorrebbe essere casta, fedele stante alla figura del cagnolino accucciato sul letto, mentre le fantesche sullo sfondo mettono a posto il corredu nuziale, ma lo sguardo non è certo da innocente.

Dipinto altrettanto ironico e allusivo è il Venere, Vulcano e Marte di Jacopo Tintoretto conservato a Monaco di Baviera. Il dio del fuoco scopre la nudità della dea, e sotto il letto fa capolino la testa del dio della guerra. Apparentemente dormiente è nella culla Cupido, l’angioletto che scocca le frecce e fa innamorare.

Quadro di forte sensualitàò è la Susanna che si osserva nello specchio e si bagna mentre i vecchioni che la guardano sono dietro il roseto. Gli impressionisti impareranno da Tintoretto la capacità di raccontare.

Esemplare è l’origine della Via Lattea (National Gallery, Londra). Dalle scappatelle di Giove nasce Ercole. Il dio sovrano  s’invaghisce di una donna terrena ma qualcosa di divino vuol donare al neonato. Come? Succhiando latte dalle poppe di Era sua sposa. Lei svegliandosi di soprassalto al vorace succhiare di Ercole spruzzerà del candido nettare il cielo. La striscià sarà la Via Lattea.

Sorprende la coreografia visiva. Il colorito veneziano satura lo spazio, un gioco di chiaroscuro stacca le figure che sono prese dal movimento. Lo spettatore si sente un privilegiato spettatore di un momento sacro.

Altro grande pittore è Paolo Veronese.  L’amore è reso come potenza nel colore teatrale del lusso. Le Allegorie Nuziali (National Gallery di Londra) sono una serie di dipinti costruiti su diverse tematiche: tensione tra piacere e dovere, prove e ricompense dell’amore, unione coniugale e tentazione. Gli sposi celebrati, e poi altri personaggi (uomini) intorno. C’è  il cane fedele e Cupido musicante, la donna che passa segretamente la lettera e la corda spezzata, l’uomo disteso – atterrato dalla passione? – e Cupido che lo percuote. I percorsi dell’amore sono tortuosi. L’amore può essere nello stesso tempo fonte di gioia e di profonda sofferenza.

Infine Gian Lorenzo Bernini, che ci introduce in età barocca. A rendere il personaggio basta un episodio della vita. Mentre è intento a scolpire il baldacchino di San Pietro e lui ha una tresca con una donna sposata viene a conoscere che la stessa amante s’intende con il fratello. E’ la mamma dei due che ce lo racconta: “venne armato con altri uomini seco per uccidere il suo fratello Luigi e dopo essere in casa forzando e procuratole – alla madre – lacrime, dopo aver cercato per tutto senza alcun rispetto entrò in Santa Maria Maggiore. Con un pal di ferro malamente gli dette”. Al furore di Bernini non scampò Costanza, l’amante: Bernini mandò il servo con un cesto di frutta e nel momento che lei lo prese la sfregiò. Donna di poco conto voleva dire, semplicemente una cortigiana.  La vendetta si allungò sulla scultura, trasformando il volto in  Medusa. Al suo confronto il Caravaggio era un’educanda.

Lo stesso artista , rivoluzionario in architettura, riesce dare una meravigliosa sintesi di amor sacro e amor profano con l’estasi di Santa Teresa. La Santa spagnola aveva scritto nella sua Autobiografia: “vedevo un angelo, teneva un dardo d’oro in mano, lo conficcava nel mio cuore. Il dolore era grande, mi faceva gemere e insieme era soave e non avrei voluto esserne priva”. La scultura è esaltata dalla teatralità del fascio di raggi in bronzo dorato. L’evento privato della Santa si fa pubblico, spettacolo per il fedele. Una visione platonica dell’amore, follia divina, ma anche esperienza del corpo come  ferita luminosa che coinvolge tutto l’essere umano. Di un amore divino oltre misura sconfinato.

Sintesi della relazione di GIOVANNI CARLO FEDERICO VILLA
L’AMORE NELLA PITTURA DEL CINQUECENTO
Il Filandone di Martinengo, 12 marzo 2026 
all'interno del Programma Noesis 2025/2026

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