“Pascal è un misantropo!” dice Voltaire (1694-1778) fraintendendo la complessità del suo pensiero. All’ateo filosofo, Pascal (1623-1662) risponderebbe: “Se c’è Dio bisogna amare solo lui e non le creature effimere”. “Dio non esiste, dicono gli empi, perciò godiamo delle creature. Diversamente ragiona il saggio: vi è Dio dunque è malvagio restare attaccati alle creature che ci impediscono di servirlo e di cercarlo”. “Noi siamo pieni di concupiscenza e quindi di male. Dobbiamo perciò odiare noi stessi e ciò che ci spinge ad attaccarci ad altro che non a Dio soltanto”. Pascal ragiona in un diverso ordine di pensiero senza contrapporre la realtà di Dio e quella dell’uomo.
“L’amore di Dio impedisce qualsiasi amore dell’uomo” insiste Voltaire; ma la filosofia di Pascal si può invece definire filosofia dell’amore. Pensare compiutamente l’amore significa pensarlo secondo un certo ordine, amore di Dio (supra nos), amore del prossimo (iuxta nos), amore di sé (infra nos), un “ordo amoris” che troviamo in Sant’Agostino.
Dalle biografie della sorella Jacqueline e della nipote Margherita si ricavano riflessioni del suo particolare umanesimo. “Il cuore è duro quando conosce le necessità del prossimo e resiste all’obbligo di alleviarle, al contrario è tenero quando le possibilità di alleviare quelle necessità penetrano in lui”. “L’amore non è perfetto se non quando è illuminata dalla fede che ci fa agire secondo le leggi della carità”. “Non c’è differenza tra amore e carità se non come quella tra carità e amicizia, solo che l’amicizia presuppone un legame più stretto: più facile andare incontro agli amici che conosciamo e abbiamo cari.”
Parlare di amore disinteressato gli ha suscitato l’accusa di stoicismo, Pascal privo di sensibilità. In realtà, secondo la testimonianza della sorella Gilberte, Pascal era invece contro quella forma di attaccamento, un po’ parente del tendere a sé, che è una sorta di inclinazione negativa dell’ego. “Non approvo che la gente senta trasporto per me; ingannerei coloro in cui facessi nascere il desiderio. Io non costituisco il fine di nessuno e non ho di che soddisfare l’affetto altrui. Forse che non sono vicino alla morte? perciò tutto questo oggetto dell’amore morirà. Mi sentirei colpevole come nel far credere a una menzogna. Sarei colpevole se mi facessi amare distogliendo chi deve coltivare l’amore di Dio e la necessità di cercarlo”.
Secondo Pascal se uno si pone come fine di qualche altro rovina il vero senso dell’amore. Il “non so che dell’amore” sconvolge. E fa l’esempio del naso di Cleopatra: “se fosse stato più corto tutta la faccia della terra sarebbe stata diversa”. Non è forse stata una questione d’amore la causa della guerra di Troia?
Pascal va al di là delle apparenze e mette in luce le aporie della finitudine riprendendo Agostino, il grande filosofo di Ippona dimenticato dall’ottimismo di maniera dell’Umanesimo. L’immagine del chiaroscuro: l’uomo trainquietudine e ricerca, grandezza e miseria, concupiscenza e carità. Agostino presenta contrapposte le due città: “quella degli uomini e quella di Dio, una legata al disprezzo di Dio, l’altra che pensa ll’amore in funzione di Dio”. Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te (ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te). Tu interior intimo meo (Tu, mio Dio, più intimo della mia intimità). Pondus meus amor meus (il mio peso è l’amore che mi porta dovunque io mi porto).
E i pensieri di Pascal si accompagnano a quelli di Agostino. “Se vi è un amore puro esente da mescolanza di passioni è nascosto in fondo al cuore e noi ignoriamo noi stessi”. Sull’autenticità di amare: “forse che si ama per la bellezza, quella bellezza presto deturpata dal vaiolo? Uno mi ama forse per l’intelligenza che posso perdere? Eppure non si può amare una persona senza le sue qualità, né amare le qualità indipendentemente dalla persona.” Sull’amor proprio che ci fa tiranni gli uni degli altri: “la natura dell’amor proprio e dell’io umano è di amare solo sé e non considerare che se stesso. Ma che potrà fare? Non potrà impedire che l’oggetto del suo amore sia pieno di difetti e di miseria; vuol essere grande, e si vede piccolo; vuol essere felice, e si vede miserabile; vuol essere perfetto, e si vede pieno d’imperfezioni: vuol essere oggetto dell’amore e della stima degli uomini, e vede che i suoi difetti non meritano altro che avversione e disprezzo».
Pascal parla di “io odioso”: “Che cos’è l’io? un uomo sta alla finestra che dà sulla strada. Mi capita di passare. Posso dire che quell’uomo si è messo là per me, per vedermi?” In polemica con il libertino Mitton che parla di “io amabile”: “No!, io odio quell’io ingiusto e si fa centro di tutto, odioso agli altri che vuole asservire”. L’io si fa tiranno, solo desiderio di dominio, mettendosi fuori dal proprio ordine: “E’ voler ottenere per una via ciò che si può ottenere solo per un’altra”. “Il forte e il bello si battono per la supremazia di uno sull’altro: scioccamente perché il loro ambito è di natura diversa. La forza è padrona solo di azioni esteriori ma non domina l’interno”. Così si finisce a odiare la verità, pensarsi diversi da quel che siamo: “Chi sono i consiglieri del re? Dicono ma temono l’espulsione, e si crea un mondo di menzogna”.
Pascal parla di “membra pensanti” o di “pensarsi membra“, sentirsi cioè parte di un tutto in cui siamo veramente vivi, riconosciuti e amati. Era un’idea conosciuta nel mondo romano, alla base della Repubblica, secondo il discorso di Menenio Agrippa: l’ordinamento sociale sopravvive se tutti collaborano. Era un pensiero di Cristo illustrato nel testo giovanneo “della vite e dei tralci”. Era alla base della teologia paolina del Corpo di Cristo, “tutti una sola persona in Gesù Cristo”. Era una riflessione che nutrì profondamente la spiritualità del filosofo francese, che volle riportare nel memoriale, un foglietto trovato cucito nella sua giacca al momento della morte: “Gesù Cristo! Me ne ero separato; che non ne sia mai più separato”.
Sintesi della relazione di Domenico Bosco
L’ORDINE DELL’AMORE IN PASCAL
Auditorium Liceo Mascherononi di Bergamo, 20 gennaio 2026
all'interno del Programma Noesis 2025/2026




