Due persone si guardano, semplicemente, uno sguardo che va e torna. Quello sguardo tocca e qualcosa accade e cambia. Incide. Cambiano le sue priorità di vivere e pensare. Se arriva la parola “ti amo” ciò che prima era sentimento custodito e protetto ora si espone. Si affida qualcosa di sé all’altro/a, con il rischio di mancare. Si diventa vulnerabili. La parola può essere accolta o evasa, il rischio è di perdere/ perdersi. Perché l’amore è una dimensione fondamentale della  vita.

Sull’amore ha ragionato Dietrich von Hildebrand (1889-1977). Nacque a Firenze in una famiglia protestante, il papà scultore, la madre letterata. La famiglia però si trasferì presto a Monaco. All’Università conobbe il suo maestro, Husserl e altri compagni della stessa passione filosofica tra cui Scheler, grande amico. Presto nacque la sua riflessione sull’uomo.

Noi siamo esseri a sé stanti, con una interiorità e libertà da custodire e insieme aperti, in relazione. Relazioni differenti creano spazi nuovi, non solo l’Io-Tu ma anche relazioni di famiglia, di amicizia, di lavoro, di interessi culturali, di pratica politica, spazi di pensiero e vita religiosa. Ognuna di questi è per Hildebrand una risposta al valore, atto che riconosce che l’altro vale per il sé. Vale in quanto sposo, amico, padre, figlio, collega, militante o praticante, che sia uomo o donna, giovane o anziano. Vale per me, vale tale quale è.

La relazione amorosa si distingue dalle altre risposte. E’ una risposta di valore al valore. Doppio per entrambi, dato e accolto, i due coprotagonisti, reciprocamente amante e amato, movimento che va dall’uno all’altro. Ambedue riconoscono nell’altro un valore. Si impegnano a che il valore dell’altro emerga, e si  danno un senso. Nel “tu” scopro l’ “io”, e oltre; perché l’esperienza amorosa non rimanechiusa. Con il “ti amo” accetto ciò che ti costituisce e ti interessa, come un riverbero di cerchi che si espandono.

L’amore appartiene alla sfera dell’affettività, che Hildebrand definisce “tenera” perché si commuove e si entusiasma, condivide gioie e dolori. L’affettività è arrendevole, mostra il cuore. E’ diversa, secondo i caratteri: c’è chi è propenso a esternare e chi a nascondere. Non sempre capiti dagli altri e c’è chi li giudica atteggiamenti  eccessivi o fiacchi. Anche qui ci sono i pregiudizi.

Nel nostro mondo in esponenziale accelerazione occorre una intelligente capacità di lettura della situazione per la giusta risposta. “Il cuore ha le sue ragioni” diceva Pascal, ma il cuore si intreccia con i  vari aspetti dell’umano, l’intelligenza, la volontà. Devono essere in armonia, per non eccedere. Così non si cade in velleitarismo, razionalismo, sentimentalismo. Il caso pandemia da Covid  ha insegnato: in questo caso l’importanza delle ragioni del cuore laddove sono venute meno le risposte medicali tradizionali.

Ci sono persone che chiudono il proprio cuore e così si atrofizza l’esistenza. Si ha paura di fallire, di non essere compresi. Pesano le passate esperienze e l’educazione. L’amore ha un’intenzione unitiva, vuole l’unione da spirituale a carnale. L’unione deve essere  benevolente verso l’altro, che l’altro stia bene. Felice che lui/lei si realizzi, felice di ricevere lo sguardo dell’altro che mi riconosce, mi valorizza.

Lo faccio anche contro il mio interesse, altrimenti il desiderio dell’unione finisce nel possesso. “Voglio che tu sia mio/a. Il “mio” è una parola che ricorre nell’unione amorosa ma può arrestarsi alla formalità: questo è “mio marito”. Se così è non gli faccio spazio, non ne riconosco il valore. E’ solo un “mio” che è prolungamento di me. La luce rimane puntata su me. E l’altro si sente imbrigliato, e si sente soffocato. Ci vuole equilibrio. Nella giusta relazione ambedue restano centrali, con valori comuni e condivisi. Mi faccio strada ma non a discapito tuo; posso entrare se tu me lo permetti; guardo se tu ti lasci spogliare; ti influenzo ma senza inganni.

Le forme di amore, si è detto, sono tante. Può rivolgersi allo sconosciuto, a chi incontro per strada, al bisognoso; si esprime in gesti buoni, nella carità. Può assumere un senso trascendente, la dimensione religiosa.

Hildebrand fuggì da Hitler, prima in Francia poi negli Stati Uniti. Si convertì al Cattolicesimoe e la riflessione su Dio e l’amore di Dio lo accompagnò per tutta la vita. Per lui la fede fu incontro personale con il Dio persona, che è Umgestaltung, trasformazione, la vita illuminata dal volto dell’uomo nuovo in Cristo in coerenza e testimonianza:  “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli l’avrete fatto a me” (Matteo 25,31)

Sintesi della relazione di VALENTINA GAUDIANO
LA FILOSOFIA DELL’AMORE IN DIETRICH VON HILDEBRAND
Auditorium Liceo Mascherononi di Bergamo, 24 febbraio 2026 
all'interno del Programma Noesis 2025/2026

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