Brutta bestia la Storia, ci pone davanti ai nostri meriti e ai nostri errori ed orrori, e spesso ci torna comodo confondere gli uni con gli altri: va di moda trasformare il fisiologico revisionismo storico in falsificazione a fini di manipolazione ideologica, oppure semplicemente preferiamo dimenticare il peggio ed esaltare oltremisura il meglio. È il caso ad es. delle nostre “avventure” coloniali, sebbene interessino un arco temporale piuttosto lungo (1882-1960). Non è un argomento che ci solletica, oppure ci siamo creati delle narrazioni autoconsolatorie e autocelebrative. In Africa ci siamo stati una prima volta con Crispi e Giolitti, ed una seconda volta con Mussolini, che nel 1936, con la suo tipica baldanza farsesca, proclamò dal balcone di Palazzo Venezia addirittura l’impero d’Etiopia. In entrambi i casi non facemmo una bella figura. Con Mussolini addirittura l’impero durò la miseria di 5 anni, e fu caratterizzato da una violenta fase fascista con orrendi crimini di guerra e vergognoso uso di armi chimiche, in particolare gas mostarda, in spregio al Protocollo di Ginevra del 1925 che ne proibiva l’impiego. A tanto arrivammo per avere la meglio sui poveri “negri” che non volevano lasciarsi civilizzare dal bianco buono e generoso, tuttavia l’abbiamo cantata con la retorica degli “italiani brava gente”, ovvero quella di un colonialismo dal volto umano, che è arrivata fino ai giorni nostri.

Il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba durante una cerimonia ufficiale ci fu un attentato a Rodolfo Graziani, allora Viceré d’Etiopia, noto come “il macellaio del Fezzan” per la brutale repressione in Libia: Graziani rimase ferito leggermente, ma l’evento provocò una delle più feroci rappresaglie della storia coloniale italiana, nota come la strage di Addis Abeba. Per tre giorni in città si scatenò «la più furiosa caccia al “negro” che il continente africano avesse mai visto», interi quartieri furono dati alle fiamme e la popolazione civile venne massacrata con fucili, asce e bombe a mano. Non contento, il macellaio del Fezzan continuò il massacro per altre settimane, ammazzando un numero talmente alto di civili, da non averne certezza dei numeri. Studi recenti e accreditati stimano l’eccidio in circa 20.000 morti, di cui 3.000 nei soli primi tre giorni di violenze urbane. Una delle pagine più vergognose e dimenticate della nostra storia.

Dulcis in fundo, Rodolfo Graziani diventerà Maresciallo d’Italia e ministro della Difesa della Repubblica Sociale Italiana (RSI), e sarà una figura centrale del collaborazionismo con il nazismo nel dopoguerra. Nonostante le condanne per crimini di guerra, beneficiò dell’Amnistia concessa ai gerarchi e criminali fascisti dal comunista Togliatti (nella speranza di una “pacificazione nazionale” per chiudere i conti con il ventennio fascista e la guerra civile). Potè tornare alla vita politica attiva, e divenne presidente onorario del Movimento Sociale Italiano (MSI), rappresentando una continuità diretta tra il fascismo repubblicano (RSI) e la destra post-bellica. Un cordone ombelicale mai reciso e responsabilità che si vollero pacificare, ma che purtroppo non hanno sortito l’effetto sperato, anzi hanno caratterizzato gli scontri sulla scena politica fino ai giorni nostri.

Sul banco resta la domanda: dimenticare o affrontare lealmente la verità? La risposta per tanti è il rifugio in una sorta di amnesia culturale. Non vogliamo dialogare con un’eredità complessa e scomoda. Meglio la rimozione oppure la falsificazione, non è giusto ma “i like”, e questo, oggi, è ciò che conta

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