La derivazione della parola “amore” è controversa: può essere la parola del bimbo per la madre (amma),  oppure deriva dal sancrito kama che ha significato passionale. Il termine greco eramai da eros raccoglierebbe entrambe le accezioni, di affettività e passionalità, a differenza del termine anglosassone love o atri termini delle lingue nordiche dove ha una tonalità erotica, passionale. Questo per circoscrivere il nostro tema dell’amore come potenza coinvolgente e trascinante, a volte incomprensibile e  incontenibile, che si aggancia alla nostra triste attualità.

Torniamo ancora al Simposio, con gli invitati che devono dire la loro sull’eros. Socrate e Aristofane discorrono della natura mancante e desiderante dell’eros. Aristofane riferisce degli androgeni, che erano i progenitori degli uomini, un insieme di maschio e femmina, e perciò giudicati troppo potenti dagli dei. La rispoosta di Zeus: “li taglierò in due”. In tal modo da allora l’uomo è alla ricerca della parte mancante, soggetto al “desiderio e alla ricerca dell’intero cui si dà nome amore”.

Socrate racconta della nascita di Eros. Nei postumi del banchetto imbandito in onore di Afrodite figlia di Zeus, Penia, non invitata, che incarna la povertà e il bisogno, si accoppia con l’ubriaco Poros, l’espediente. Eros è una via di mezzo (metaxù), ha un po’ dell’una e un po’ dell’altro. Il commento di Socrate: “si desidera ciò che manca e dalla consapevolezza della propria ignoranza nasce l’amore per il sapere”. Il desiderio è per quello che non si ha e  di cui si sente la mancanza.

Qual è però la grammatica dell’amore? L’amore è uno dei più potenti modi di dare senso all’esistenza e alla propria identità. E’ desiderio. Che non è volontà che parte dalla certezza del voluto  e che a determinate condizioni si realizzerà. Desiderando invece una cosa si proietta sé nella cosa e che in tal maniera si fa parte nostra. Non è solo fuori, ma è fuori e dentro noi. Quando io, assetato, bevo l’acqua che soddisfa il mio desiderio non mi pongo il problema se l’acqua desideri essere bevuta;  è semplicemente lì a mia disposizione e la bevo. Diverso è il caso dell’amore. Il desiderio non è solo fuori di me, ma fuori e dentro me. Proietto il desiderio sulla persona amata, proietto qualcosa di me nell’altro, e il desiderio va fuori e insieme resta in me. Proietto sull’altro qualcosa che è mio. E’ la convinzione (inconscia) di essere riamati. L’amore finisce così per essere appagamento allucinante del desiderio.

Ma perché Socrate non mi dici che mi ami?” dice nel Simposio Alcibiade a Socrate. Eppure Socrate gli ha appena detto di no. Ma Alcibiade è convinto: Ti amo dunque necessariamente tu mi ami. Si parla di durata nell’amore: sei, dodici mesi? come un frutto che ha il suo tempo di maturazione. “Se Laura avesse ricambiato l’amore del Petrarca il suo canto sarebbe ammutolito come fanno gli uccelli dopo aver deposto le uova” (Schopenhauer). Finché rimane l’appagamento allucinato dell’amore, cioè rimane la convinzione che l’altro ci ama anche se  afferma il contrario, l’amore rimane.

Che rapporto c’è allora tra l’amore e lo scorrere inesorabile del tempo? La filosofia ha sostenuto per secoli che l’amore è capace di fermare lo scorrere del tempo, come fosse una forma di verità interna. Era certa dell’esistenza dell’eterno, delle verità eterne, e dell’amore come forza capace di costituirsi come eterno, durevole e al di là della morte. Lo dice il Carducci in una poesia raccontando di un trovatore leggendario, Jaufre Rudel, innamorato di una donna mai vista, amore “de lon” (da lontano). Volendola  colpire con imprese eclatanti partì per le crociate. Colpito a morte e ormai agonizzante sulla spiaggia vuol vedere come desiderio ultimo la sua bella. E da lei che vuole? Semplicemente un bacio:

Contessa, che è mai la vita?/ E’ l’ombra d’un sogno fuggente./ La favola breve è finita,/ il vero immortale è l’amor./ Aprite le braccia al dolente./ V’aspetto al novissimo bando./ Ed or Melisenda, accomando/ Ad un bacio lo spirto che muor.”  Un bacio per l’eternità.

Con il ‘900 la filosofia cambia. “Dio è morto” è il grido del folle di Nietzsche (La gaia scienza). Tutti gli dei sono morti, non più verità eterne. L’amore da potentissimo diventa impotente, non più in grado di fermare il tempo.

Non recidere, forbice quel volto,/ solo nella memoria che si sfolla,/ non far del grande suo viso in ascolto/ la mia nebbia di sempre./ Un freddo cala… Duro il colpo svetta/e l’acacia ferita da sé scrolla/ il guscio di cicala/ nella prima belletta di novembre” (Eugenio Montale). E il volto dell’amato è destinato a passare.

Si può parlare di una capacità dell’amore sul tempo dice Giovanni Gentile (Gnoseologia dell’amore). L’amore è lo stesso divenire, e come il divenire continuamente nuovo. E’ forza creatrice e crea il volto dell’amato: “La persona amata è quella ricreata dal nostro amore. Un nuovo essere per noi da quando prendiamo ad amarla ma che si trasforma in conseguenza del nostro amore. Non più immortali né verità eterne, tutto è divenire, tutto è attività creatrice”. E nel momento in cui sei consapevole che l’amato è oggetto della tua attività creatrice in quel momento l’amore finisce.

Sintesi della relazione di NICOLETTA CUSANO
LA GRAMMATICA DELL'AMORE
Auditorium Liceo Mascherononi di Bergamo, 3 marzo 2026 
all'interno del Programma Noesis 2025/2026

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