Noi pensiamo sempre, anche se non vogliamo. A volte sono pensieri fastidiosi, altre volte sorprendenti. Non si sa da dove vengono: “ma come ho potuto pensare questo!” Anche se ci concentriamo arrivano, imperterriti.

Ci sono pensieri e pensiero. I greci direbbero nous poietikos e nous patetiKos. C’è la mente attiva, che raccoglie pensieri, li pondera, li modera, li scaccia. E’ la musa che canta, che ispira, mania (Platone) o eroico furore (Giordano Bruno). Non solo raccoglie informazioni, ma dà forma all’idea, voce allo spirito (Spinoza). E’ grazia intellettuale, che pensa e sente. Non solo razionalità che intrappola, sistema che non lascia scampo, ma anche pensiero che sa e desidera, si connette, si esprime e lascia spazio al diverso.

L’uomo ha una storia evolutiva. Viene dall’animale che cattura per non essere catturato, capta e distingue, patisce ma cerca di non essere in balia degli eventi, mente che riceve, controlla, legge, governa. Si comporta secondo fronesis, prudentia che per i latini è discernimento, come giurisprudenza a proposito del diritto.

Donde nasce tale pensiero che è l’origine della filosofia stessa? Può nascere da thauma, dalla meraviglia, in senso positivo: ha il senso di apertura al mare dell’essere, al mondo bello, pur con fatica. Oppure viene dalla scissione (Hegel), da un senso di indignazione, dal dolore di non sentirsi a casa perché il mondo appare ingiusto, tragico, segnato dalla morte, cose che non ci dovrebbero essere.

O greggia mia, quanta invidia ti porto… quando tu siedi all’ombra, tu se’ quieta e contenta; ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra, ed un fastidio m’ingombra…” (Leopardi, Canto notturno di un pastore errante). Anche nella Bibbia (Qoelet, Giobbe) risuona l’infinita vanità del tutto.

La vita ci dà un imprinting, un carattere: “che posso farci, son fatto così!”. Anche i Santi sono diversi: Agostino non è Francesco, Erasmo non è Lutero. Incarnano spiritualità diverse. Chi sottolinea il primato della grazia e docilmente accetta, chi spinge sulla volontà e opera nel mondo.

Come si forma la coscienza morale? C’è una coscienza di base, propria del vivente: elabora informazioni per la sopravvivenza. Cristian De Duve (Polvere vitale), premio Nobel per la medicina, parla addirittura di materia intelligente.

C’è una coscienza consapevole o autocoscienza: l’io si distingue, è diverso, egregio, ex grege fuori dal gregge. L’adolescente si sente unico. Duns Scoto parla di ultima solitudo. In Fratelli Karamazov il Grande inquisitore fa arrestare Gesù tornato nella Siviglia del ‘500 e lo interroga: “… che sei venuto a fare? gli uomini non vogliono essere liberi, vogliono appartenere, far parte di una massa di un popolo di un noi”. Invece l’autocoscienza riporta alla nostra in-dividualità. E l’individuo va salvato anche nella coppia perché l’unione non deve comprimere.

C’è finalmente la coscienza morale. Siamo separati anche dentro, tra un IO che fa e un IO che osserva e giudica. Perciò al catechismo insegnavano a fare l’esame di coscienza. Dice Kant: “Ogni uomo ha una sua coscienza e si sente osservato, minacciato e in generale tenuto in rispetto da un giudice interno, e questa potenza che veglia in lui all’esecuzione della legge non è qualcosa da lui arbitrariamente costruito ma è inerente al suo stesso essere”. La coscienza morale mancò ad Eichmann che ai giudici rispose: “Obbedivo agli ordini”.

Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi ma alla quale deve obbedire, voce che lo chiama ad amare e fare il bene e fuggire il male”… “legge che trova compimento nell’amore del prossimo; così i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e risolvere i numerosi problemi che sorgono” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes 16).

Ancora Kant a conclusione della Critica della Ragion pratica: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione, il cielo stellato sopra me e la legge morale in me. Non bisogna cercare queste due cose come se fossero avvolte nell’oscurità perché le vedo dinanzi e le connetto con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che occupo nel mondo sensibile e si estende a mondi e tempi illimitati. La seconda comincia dal mio io e mi rappresenta nel mondo che l’intelletto penetra, e mi riconosco in connessione non accidentale ma universale e necessaria. Il primo spettacolo annulla la mia importanza di creatura animale, il secondo innalza infinitamente il mio valore per una vita indipendente dall’animalità”.

H. Arendt commenta: “Ciò che ci salva dall’annientamento è questo io invisibile capace da solo di contrapporsi all’universo infinito”.


Sintesi di Mauro Malighetti della lezione del filosofo Vito Mancuso all’Auditorium del Liceo Mascheroni di Bergamo (16 novembre 2021) nell’ambito della programmazione di Noesis


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