Biondi immobiliare

Tanti autoritratti di Antonio Ligabue, perché? Disagio del sé? O voglia di esprimersi, come per Van Gogh dipingere è un modo per superare le emozioni, le paure. Ligabue non maschera ma espone i propri difetti fisici, le orecchie, il gozzo, la bocca.

Un documentario – vagamente lo ricordo trasmesso in tv negli anni ‘70 – lo presenta in riva al fiume, tra gli alberi a “parlare” con gli uccelli, non imitando o scimmiottando. Si aggira tra gli alberi, cerca, si affretta con foga, guarda in alto, fischia, ulula, le mani accostate alla bocca per dirigere il suono, contorce la bocca con sforzo. Non recita davanti alla telecamera, il suo è appuntamento abituale, da compagno, e si affretta per non giungere in ritardo, compagno atteso. Forse più capito da loro che dagli uomini.

La sua lingua madre era lo svizzero tedesco. Era nato a Zurigo, i genitori venivano dal bellunese. Vita errabonda la sua, in affido ad un anno dalla nascita (1899). Poi cambi di scuola, espulsioni, fughe, lavori saltuari, anche aggressioni alla madre adottiva, e l’espulsione dalla Svizzera. Ripetuti furono gli internamenti in manicomio, in Svizzera e in Italia, fino all’approdo a Gualtieri, comune emiliano in una sorte di pacificazione. Aveva la passione per il disegno dalla scuola; per interessamento di pittori e artisti si dedicò alla pittura. Marino Renato Mazzacurati intuì il suo innato talento, gli diede alloggio, lo fece studiare, gli insegnò l’uso dei colori.

La sua è una pittura naif? Se con ciò si intende semplicità e ingenuità di stile, distante dal mondo culturale e professionale. Più che festosità o serenità nei suoi quadri c’è drammaticità, più che disegno c’è colore, colori intensi e vivaci, brillanti e una materia cromatica spessa. Quegli animali che aveva visto la prima volta a San Gallo con il patrigno, a cui era tornato diverse volte da ragazzo, riemergevano nella sua immaginazione e si trasferivano sulla tavolozza. Erano raffigurati in intricate e fitte foreste, come i boschi frequentati a ridosso dell’argine del Po: la tigre feroce e altri animali selvaggi e violenti da incutere paura, perché le paure lo rendevano inquieto e il manicomio non le aveva certo fatte sparire.. 

Tra i suoi saltuari lavori fece il bracciante agricolo. Nei dipinti torna il lavoro dei campi e il paesaggio. Soggetti che si ripetono in più versioni, mai copie, realtà che si evolve in visioni personali e fantastiche, mondi a lui vicino, che magari stavano sparendo nell’Italia di allora ma non nella sua mente. Il lavoro ciclico, nel succedersi delle stagioni, nella fatica di una natura che muore e rinasce. Morirà a Gualtieri nel 1965 a 66 anni. L’epitaffio sulla sua tomba: ”Tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore; compianto da quelli che compresero quanto sino all’ultimo avesse desiderato libertà e amore”.

La Mostra si intitolava “Antonio Ligabue e l’arte degli outsiders” perché ha abbracciato artisti affermati che come Ligabue hanno conosciuto il manicomio e comunque hanno avuto una vita travagliata e nell’arte la rivincita. Si tratta di Filippo de Pisis (“non sono pazzo” diceva, “vedo chiaro…anzi troppo chiaro, in me v’è solo dolore, un grande dolore”), Gino Sandri (durante la dittatura fu rinchiuso anche in carcere con l’accusa di essere un soggetto pericoloso di crimini  imprecisati), Pietro Ghizzardi (dipingeva su tutto, spesso sui cartoni da imballo che ricuperava tra i rifiuti delle fabbriche in zona), Mario Puccini (la pittura nella gioia di dipingere; a vendere ci pensavano gli amici),  Giovanni Sesia (da archivi fotografici di manicomio dipingeva volti di internati per restituire storia, identità, umanità a persone cui era stato rubato tutto), Edoardo Fraquelli (autodidatta che dopo un ricovero risorse per una nuova stagione, un progresso verso la luce che rifletteva  una serenità ritrovata), Rino Ferrari (fragilissimo dopo il trauma bellico, che dava al disegno una dimensione spirituale, lui che condivideva le sofferenze degli altri, anche la morte, nel mistero della vita e con il senso di un al di là).

Non è un’esposizione che assale per il numero di opere, sono una cinquantina, ma il visitatore sente di aver avuto una visita fruttuosa.

Le mostre estemporanee nel Palazzo delle Paure sono sempre caratterizzate da sensibilità religiosa e da una visione sociale propria della Chiesa, fatte con gusto e leggerezza. Questa purtroppo giunta alla fine. L’occasione mi ha fatto scoprire la Torre Viscontea, a pochi passi dal Palazzo, fortezza militare di Lecco  luogo nevralgico per controllare i movimenti sull’acqua


La rubrica è diventata un libro

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