Musica colpita dal virus. Come tutto del resto. La musica però, insieme ad altre forme artistiche di gruppo e dall’indispensabile fruizione da parte del pubblico, è stata particolarmente tramortita dalla pandemia. Premessa: non si vuole fare la solita lamentosa lista dei danni per dire che prima la situazione era florida mentre ora è in perdita. Ci sono già i notiziari che inesorabilmente quanto inutilmente continuano a snocciolare news in tal senso, riferendosi a questa o quella categoria.

Lo stato delle cose però vede la musica al palo: impossibile dare concerti se non in duo, trio, quartetto o poco più. Ma soprattutto impossibile organizzare concerti non coperti da sponsor. E gli sponsor non si trovano perché il pubblico (quando va bene) è ridotto (troppo ridotto) dalle norme (giuste) anti distanziamento.

Sotto questa inesorabile spada di Damocle cadono una miriade di iniziative e concerti in piazze, quartieri, parchi, cortili ma anche, a maggior ragione, in teatri e sale da concerto, che si reggono esclusivamente sull’incasso dei biglietti. E gli artisti più colpiti sono quasi esclusivamente giovani. Tutti professionisti, regolarmente laureati, ma che per farsi conoscere e entrare così nel giro della musica e del concertismo si affidano a gestori di teatri piuttosto che Comuni o biblioteche per promuovere rassegne, piccoli festival o semplici serate musicali confidando sulla bontà e il favore del pubblico e degli appassionati.

Pensiamo, poi, anche alle lezioni private di musica che da sempre hanno costituito una sorta di avviamento al lavoro per giovani neolaureati in attesa (quasi sempre inutile) di un “posto fisso”. Insomma per tanti gruppi o ensemble strumentali, orchestre autonome, cantanti lirici e non, maestri di musica, solisti e direttori d’orchestra il futuro (si spera limitato) si prospetta senza via d’uscita e soprattutto senza alcun introito economico. Introito che nella maggior parte dei casi costituisce l’unica fonte di sopravvivenza.

Identico discorso vale per tutti quegli operatori (e sono tanti) che affiancano l’allestimento e l’attività musicale. In questi otto mesi del 2020 tutti ci abbiamo rimesso. Ma va anche detto che qualcuno non ha mai smesso di lavorare, qualcun altro ha ricominciato quasi come prima, altri ancora hanno ripreso a intermittenza. Ma per tutti gli artisti autarchici, cioè per tutti quelli che non fanno parte di enti stabili o finanziati da Stato, Comuni, Province, Regioni, Fondazioni (vale a dire la stragrande maggioranza dei professionisti musicali operanti nel nostro bel Paese), l’emergenza covid rappresenta il deserto finanziario, il tunnel senza luce.

I vari enti locali dovrebbero pensare più a loro che ai “pochi” effettivi che hanno, per così dire, a libro paga. Se veramente si sentono al servizio del cittadino e della comunità… come dicono, e come effettivamente sono per mandato elettivo.
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