Quando un giovane muore, rimane sempre il dubbio di cosa avrebbe potuto fare nella vita. Questo vale soprattutto per uno come Piero Gobetti, morto il 15 febbraio 1926 a soli 24 anni, a seguito delle bastonate fasciste, come da ordine personale del duce al Prefetto di Torino, preoccupato da quel ragazzino antifascista che stava movimentando le migliori menti dell’epoca. Allievo di Carlo Cattaneo, Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi, Giustino Fortunato, collaborò con intellettuali come Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Carlo Levi, Eugenio Montale. Significative le testimonianze di Carlo Levi e Eugenio Montale, in cui raccontano di quando risposero all’invito di Gobetti e ne vennero ricevuti, e rimasero meravigliati di trovarsi di fronte ad un poco più che ragazzino. Di Montale pubblicò per primo la raccolta “Ossi di seppia”, capendo la forza di quel giovane poeta.

Ancora liceale fondò la Sua prima rivista letteraria, Energie Nove, cui seguirono L’Ordine Nuovo, il Baretti, ma soprattutto La Rivoluzione Liberale, in cui riportò la famosa definizione del fascismo come “Autobiografia della nazione”, ovvero il fascismo non come parentesi improvvisa, ma come risultato di una debolezza organica della società italiana, un cattivo costume collettivo sintesi dei vizi storici quali analfabetismo politico, mancanza di educazione morale, corruzione, trasformismo, provincialismo, parassitismo economico, insomma un coacervo di vizi e tare storiche di “un popolo di sbandati che non è ancora una nazione”, in cui i partiti di massa si erano dimostrati inferiori alle loro intenzioni. Il risultato fu l’irresponsabilità del popolo verso lo Stato, e la simmetrica irresponsabilità delle classi dirigenti verso il popolo, alle quali “il fascismo offre la casa ideale”. La causa di ciò per Gobetti stava nella “rivoluzione tradita” del Risorgimento, un popolo che aveva subito l’unificazione e quindi non aveva le capacità e la maturità per gestirsi.

Per superare questa situazione Gobetti credette in una rivoluzione liberale guidata da un’idea di cultura come volano di democrazia: il suo liberalismo aveva aperture verso il socialismo non dogmatico, così come, per converso, Carlo Rosselli credette in un socialismo liberale: purtroppo entrambi morirono per mano delle squadracce fasciste, la storia andò come sappiamo, dopo la fine della guerra civile ci fu un’altra “rivoluzione mancata”, stavolta quella innescata dalla Resistenza, si ritornò al trasformismo e ai mali denunciati dal giovane Piero Gobetti.

La rivoluzione liberale in Italia non ci fu mai, il popolo e lo Stato per alcuni decenni tentarono di sentirsi rappresentati e rappresentanti l’uno dall’altro, fino al ritorno alle origini dei giorni nostri, in cui si vede sempre più la mancanza di cultura politica ed istituzionale, il decadimento della qualità della classe politica e il conseguente scollamento tra popolo e Stato, ben rappresentato dal costante calo di partecipazione alle elezioni. Si riparla tanto di fascismo, in tante salse, mi attengo alla definizione di Gobetti, basta ed avanza per essere preoccupato. Si rivedono smaccatamente le tare sociali e politiche lamentate da Gobetti, sarà un caso ma le statistiche rivelano impietosamente l’aumento di “analfabeti funzionali”, e in politica il parallelo avvento di nuovi nazionalismi e populismi che spesso si definiscono liberali in totale spregio ed ignoranza del termine. Uno dei tanti indicatori che la cultura come volano di democrazia non vale più, i professori e gli esperti sono screditati, l’ignoranza e la mediocrità sono elevate a vanto, ora si rivuole un ordine mascherato da efficientismo ottenibile con la forza, la menzogna e l’assenza di regole.

Lo storico contemporaneo Emilio Gentile ha scritto un libro dal titolo “Né stato né nazione. Italiani senza meta”, in cui sul finire richiama Gobetti per sottolineare la persistente fragilità del sentimento nazionale italiano e la mancanza di una piena maturità politica della società civile italiana. “Il fascismo come autobiografia della nazione”, siamo ritornati punto a capo, anzi probabilmente siamo quella roba lì, nonostante il patriottismo di maniera sbandierato per riempire il vuoto. Gobetti morì in “prodigiosa giovinezza”, rimane l’enorme rimpianto di quanto avrebbe potuto dare ad un popolo perennemente immaturo ed ancora in cerca di sé stesso.

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