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Un’esperienza in carcere: cosa può dare? E cosa dà il carcere? Addestramento al lavoro per un inserimento nella vita comune? Conta di più la scuola, dove gli incontri di conoscenza diventano ri-conoscimento del sé o reconnaissance come dicono i francesi, e qui l’accento va a naissance, nascita. Rimettersi al mondo diceva la Arendt, come al mattino con le variabili e le sorprese del giorno.

Non tanto calcolo di soluzioni convenienti, controllo logico degli strumenti necessari. Piuttosto riscoprire il sapere dell’amore, amare ed essere amati, in reciproco affido (H. Jonas). Come il bimbo sentirsi risonanti sé nel mondo; Io e Tu e oltre, verso l’altro per altre relazioni (Buber), verso la dimensione originaria dell’amore. Noi nasciamo nella fatica e nella cura, frutto d’amore che sollecita all’amore di cui ci resta la nostalgia. Come fanno istintivamente i bimbi che dopo aver litigato fanno pace.

“Convivenza” “ascolto” “relazione” e anche “amore” sono parole neglette, così “promessa”. Marina Garcés (Il tempo della promessa 2024) dice che in un tempo ossessionato dalle previsioni e dalle pianificazioni le promesse sembrano aver perso il loro peso. Il coraggio di mantenere la parola data, la paura di prometterci, è come un rifuggire l’amore e i legami.

Il carcere riconduce a degli ultimi. Nell’esperienza degli ultimi, lo ricordava don Milani, bisogna spogliarsi, impoverirsi dell’io privilegiato. Lo dice chi cura gli incurabili: cosa fare se non accompagnare l’altro fragilissimo con la nostra fragile umanità? Lo avverte chi invecchia saggiamente dinnanzi a nuove vite: sarò per il nipotino – secondo la grammatica che la nostra lingua ci regala – un futuro anteriore! Il tempo che si allontana ci regala sempre spazi inimmaginabili. In carcere e nella vita si incontrano esistenze rovinate, corpi sfigurati, emozioni represse, dolori nascosti. Ma gli occhi parlano e chiedono. Chiede il bimbo che guarda la mamma e attende una risposta; guardano gli occhi di bimbi a volte esposti a genitori irresponsabili.

Come riaprire la relazione? Ci vogliono educatori costruttivi in grado di far scoprire la parte di sé buona quando spesso chi è in carcere o in condizioni analoghe è portato a sentire la propria parte cattiva. L’“amore per gli ultimi” non è di tipo consolatorio. Si soffre insieme. La Giornata mondiale dei poveri voluta da Papa Francesco (11 novembre) non è lo stesso della Giornata per l’eliminazione della povertà indetta dall’Unesco (17 ottobre). Miseria e povertà non coincidono. Noi miseri non siamo, poveri dobbiamo essere, cioè  disposti a spogliarsi nell’incontro con l’altro: “Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli”.

Gli incontri non sono solo quelli creati da noi o dati dal ruolo che ricopriamo; sono piuttosto quelli imposti dalla vita. Questi a volte ci fanno incontrare vite svuotate o di emarginazione. Eppure tutti siamo abitanti di periferie esistenziali, svuotati dentro e bisognosi di cura. Il tempo cambia, le angosce crescono, le relazioni si indeboliscono. Abbiamo bisogno di sentirci in una comunità amorosa. Simone Weil di fronte ai disastri, alle ingiustizie, risponde con il digiuno. “Che fai?” Gli dice Simone de Beauvoir, “c’è bisogno di rivoluzione!”. Lei di rimando: “Si vede che non hai mai avuto fame!

“Dio in croce” non è segno di debolezza o impotenza, è atto generativo. Generativi nei gesti quotidiani, come mangiare o digiunare. Per il sociologo Hartmut Rosa (Indisponibilità. All’origine della risonanza, Morcelliana) l’aspirazione della Modernità è allargare il proprio raggio di azione sul mondo: conoscere, dominare, calcolare, fruire. Si costruisce un mondo muto.  Il rapporto invece deve essere di risonanza, come col suono: abbandonarsi è il modo di sentirlo, lasciarsi toccare e rispondere, attivi in quanto vulnerabili. Sentirsi vicini ci obbliga a rispondere e rispondendo trasformiamo. Riducendo invece la disponibilità aumentiamo le situazioni di potere.

Non “l’inferno sono gli altri” (Sartre) perché “chi mi guarda vede il mio passato e il mio errore”, ma essere disponibili, disponibili “per far avvenire” (l’Avvento), generosi nonostante tu non possa promettere altro, senza girarsi o guardare altrove. Anche tra filosofi si fa avanti una nuova visione: non imporre o controbattere ma riflettere per mettere a disposizione il proprio punto di vista. C’è bisogno di cooperazione, politiche sociali, corresponsabilità, partecipazione. Margaret Atwood in un’intervista su Avvenire dice: “Il vero rischio in America è il genocidio dei poveri. Tagliando servizi sanitari e previdenziali si condanna milioni di persone all’abbandono”. 

Quindi è da ricuperare la capacità di promesse costruibili, nuove alleanze, sicurezze, sensi di giustizia. Ha insegnato così il cossovaro incontrato in carcere da parte degli studenti. Il confronto era sui “racconti di infanzia”.  Poteva sembrare un confronto sbilanciato, impari, troppo distanti i retroscena d’infanzia di ragazzi delle nostre valli e uomini allenati alle armi e all’odio fin da piccoli. Qualcosa però ne è sortito. Da parte sua la determinazione, una volta scontata la pena ormai avviata al termine, quella di tornare dai figli e trasmettere loro un nuovo chiaro messaggio: “Mai pensare all’altro come a un nemico!”.

Lui di statura gigantesca e forza fisica fuori dal comune si era già posto all’interno del carcere come veglia sui detenuti più giovani. “Avessero vegliato su di me!”.

Sintesi della relazione di Ivo Lizzola
L’AMORE DEGLI ULTIMI
Auditorium Liceo Mascherononi di Bergamo, 18 novembre 2025 
all'interno del Programma Noesis 2025/2026

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