Biondi immobiliare

Paul è un ragazzo di 14 anni. E’ orfano di madre; il padre è un violento. Capita al pronto soccorso.  Si è tagliato aprendo una lattina. “Troppo netto il taglio”, gli risponde l’infermiera che pensa ad altro e lo giudica.  “Perché l’hai fatto?”gli dice.  Giudica come tutte le altre persone, lui pensa tra sé, che non gli hanno mai chiesto di andare a vivere da loro, come il prof di scuola, il vigile urbano, la signora che serviva alla tavola calda del negozio. Tutti sapevano che lui dormiva sopra il negozio di capi in pelle, sul tetto all’angolo della casa. Lo sapevano i vicini  e i genitori dei compagni che dicevano ai figli: “state alla larga da quel drogato” (Stephen Elliot, Una vita senza conseguenze, romanzo). 

Tutti come oggi, o per lo meno molti: molti sanno che Adamo dorme sotto il portico di via Madonna delle Nevi, Mike in via Taramelli, o Cristian all’aeroporto. E la conoscenza si trasforma in giudizio.

Lo sforzo di Servizio Esodo , legato al Patronato S. Vincenzo di Bergamo, è quello di stare con gli sbandati, i tossici, i senzatetto, gli immigrati, gli ex carcerati, dove loro vivono e dormono. E’ di conoscere qualcosa di loro, che pur sporchi e puzzolenti, hanno una vita alle spalle, lavori, amori, prove, entusiasmi e delusioni, cadute e riprese, ricordando che la vita di strada non è mai scelta né pura fatalità.

Il Servizio Esodo si rivolge a coloro che sono in condizione di emarginazione. Nell’immediato offre cibo, vestiario, coperte, un posto per dormire, un’assistenza sanitaria. Un camper mobile si muove di notte e li cerca, un servizio mensa vicino alla stazione – 130 pasti la sera, indistintamente a tutti coloro che si presentano – li sfama, una struttura di prima accoglienza soccorre chi ha problemi di salute. Si viene incontro ai bisogni immediati, si instaura una relazione per accompagnarli fuori dalla situazione di degrado e di emarginazione.

C’è bisogno di un linguaggio nuovo, basta con un gergo offensivo o colpevolizzante. C’è bisogno un nuovo sguardo, “buono”, compassionevole, che si faccia carico. Il Servizio è mediato da operatori disposti a stare con loro, accogliere chi arriva, rispondere al bisogno, dare assistenza e riparo a chi di notte si rifugia sotto i ponti o tra i portici. Un ripiego? ma è già qualcosa. Si cerca di far sentire il calore da persona a persona. Alcuni rifiutano o non vogliono venire. La coabitazione con chi non ha le stesse abitudini, la stessa lingua, russa o puzza, questiona o  tiene acceso il cellulare, è difficile.

L’operatore cerca di metterci il cuore e la testa; deve sapere ascolare e discernere, essere attenti e capire rimedi e possibilità. Chi arriva può soffrire di sconforto o depressione, di abuso di alcol o di droga, può essere soggetto ad  allucinazioni o a rancori. Arriva gente per botte, rissa, aggressione. Il 27% di chi arriva ha problemi psichiatrici che né noi né la polizia né il carcere può risolvere. Una volta c’erano i manicomi,  oggi c’è la rete dei servizi per la salute della mente.

La nostra filosofia è quella di lavorare insieme, insieme si fa molto e di più. Bisogna superare la prospettiva dell’io dominante a favore di un noi comprensivo. Richiede tempo, modo, pazienza, flessibilità. Bisogna aspettare chi resta indietro, avvertire lo sforzo di chi arranca, aprire la fessura di chi intravvede un lumicino di speranza.

Si sente ovunque la parola amore; inflazionata, abusata, banalizzata. L’amore esige azione, amare fattivamente.  Altrimenti si resta nel campo delle vuote parole.

Gli operatori sono soggetti a sconforto quando ritrovano persone che tornano al punto di partenza. C’era stata l’intesa, avevano seguito un certo percorso, sembravano sollevate, rinfrancate, “guarite”. Di colpo tutto svanisce:  “Ancora lui? Ancora qui?”  Si accusa un senso di sconfitta. D’altra parte ci sono casi di chi torna e si mette in gioco, vuole restituire quel che ha ricevuto, desidera dare una mano. Che soddisfazione!

Vicini al Natale  non si può non pensare al Vangelo, alla Buona Novella. Ci vuole fede, si dice. In ogni caso la fede è una proposta, non è imposta. Si accompagna con le opere e non si ferma alle parole. Paolo VI diceva: “Abbiamo bisogno più che di maestri di testimoni”.

Sintesi della relazione di don Roberto Trussardi e Fabio Defendi
L’AMORE PER L’ALTRO
Auditorium Liceo Mascherononi di Bergamo, 16 dicembre 2025 
all'interno del Programma Noesis 2025/2026

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