L’uomo non è dotato di un’essenza in sé, non è già dato in partenza. Non solo perché deve farsi nella strada della vita, ma perché non ha una natura cui riferirsi, come la pianta e l’animale. Il vivere di questi è legato alla loro natura, pur secondo la loro condizione ambientale e le circostanze che occorrono. L’uomo è diverso. La sua condizione è quella di ex-sistere, nel continuo movimento di “sistere” o stare, che non si ferma, in nuovi slanci, intenzionalità che non si chiude. Cessa con la morte. Con la morte ci si ferma e allora si può dire chi è. Chi è stato, qual è la sua essenza.
Scrive Jean-Paul Sartre: “Perciò sono libero, mai deciso e tutto da decidere, senza scelte obbligate ma votato continuamente a scegliere. L’oltrepassamento però diventa una condanna: dover continuamente andare oltre, continuamente scegliere. Perciò l’angoscia: dove andare? Cosa essere? Incolmabile nostalgia del fondamento che non avrò mai. Quindi anche nausea, mancanza, senso di soffocamento” (La nausea, 1938).
L’uomo è consapevolezza di essere un sé (in sé) sempre rivolto verso e spinto a essere (per sé). La mia vita è un continuo travalicar-mi, in continuo attrito con me stesso perché inevitabilmente teso verso un oltre, diverso da quel che sono.
Sartre parla in L’essere e il nulla (1943) di dualità d’essere, essenza ed esistenza, coscienza d’essere e nulla d’essere, stabilità instabile. La condizione umana dell’esistenza è sempre (ab origine et in aeternum) votata alla relazione con l’altro, l’altro che può essere l’altro di me e l’altro da me, l’altro come sono io in questo momento e l’altro che è il mio non-io, ossia gli altri uomini. Il mondo è il mio altro, gli altri sono la mia condanna a cambiare, gli altri sono il mio inferno.
Il tema dell’alterità ritornerà più avanti, negli anni Sessanta, su un altro piano, un piano morale e politico. Sartre parlerà di engagement, ossia l’impegno per agire concretamente nel mondo trasformandolo e rifiutando le ingiustizie sociali e politiche. Muoverà dal noi, non più dall’io: l’io è in origine nel noi, nell’intersoggettività, in dialogo con gli altri e perciò l’azione deve essere volta verso il noi, in responsabilità.
Veniamo al tema dell’amore. Sartre è un grande fenomenologo. “Io” e l’altro, io e gli altri. Scorrono i vissuti, miei e con gli altri, uno dopo l’altro e uno in alternativa all’altro. Tutto è in relazione, ma ogni relazione ha a che fare con l’amore. L’esistere è aggrovigliarsi con gli altri e ogni groviglio è una questione d’amore, amore non tanto questione sentimentale ma questione esistenziale.
La mia prima rivelazione dell’altro è il suo sguardo: io mi sento guardato e il suo sguardo mi possiede. Divento oggetto dell’altro, ridotto all’ “in sé”, sotto il tiro del suo sguardo. Ogni faccia dell’amore ha questo aspetto: essere posseduto, impedito nello slancio di libertà, essere ridotto a cosa.
“Abbassa gli occhi” si diceva alla giovane, “alzare gli occhi è da sfacciata”. L’altro mi blocca, mi impedisce, mi fissa. Invece l’amore deve essere un’impresa, un progetto, uno slancio, un entrare in relazione, un liberarsi dai lacci. Sarebbe un lavoro da impegnarsi reciprocamente e il risultato sarebbe la gioia dell’amore. Mi sento giustificato nell’esistere ed io acquisto un senso nell’altro e per l’altro. Così sarebbe, o dovrebbe essere. O è un sogno? Per Sartre (degli anni ’40, gli anni della guerra) sì, è un sogno. L’amore finisce nell’oggettivazione e fallisce. “Tu sei così, sei sempre stato così, resterai sempre così”. Gli amanti finiscono nella soggettività totale. Prevale l’ego, e l’altro si ridice a cosa.
L’ultimo Sartre (Quaderni per una morale) è però, come abbiamo accennato, diverso. Parla di uscire dal sogno dell’assoluto, passare per la dissoluzione dell’ego. Non più soggetto a oggetto condannati e in reciproca contrapposizione. Noi siamo in relazione (Mitsein). Non siamo soli con noi stessi ma gettati, in interrelazione. L’ “io” è all’interno di un gioco di specchi, riflettendo si riscopre. Dissolve i pregiudizi e si scopre come dono. Mi definisco donandomi come oggetto e di me ne faccio un’opera, un’ostensione, un lavoro per gli altri. Mi faccio libera donazione di oggettività, “cosalità” offerta. Amare è esporsi, non più furto ma offerta. Ed “io” non più ego ma arricchito di nuova dimensione di essere. La generosità mi riconcilia con il destino, l’ego si scioglie nella generosa libertà. L’amore è un fare insieme, offerta contingente, occasione di creazione. E’ interazione tra diversi, un privato che diventa pubblico. E il legame che si stabilì tra Sartre e Simone de Beauvoir ne fu una testimonianza.
Sintesi della relazione di Florinda Cambria
L’AMORE SECONDO JEAN-PAUL SARTRE
Auditorium Liceo Mascherononi di Bergamo, 13 gennaio 2026
all'interno del Programma Noesis 2025/2026




