Qualche giorno fa le dichiarazioni dell’arcivescovo di Milano Delpini mi hanno lasciato perplesso. “Sembra che la città non voglia cittadini. Si usano le case per fare soldi, invece che per ospitare le persone“. Ho iniziato a riflettere. Credo di essere nella media nazionale dicendo che ho acquistato casa qualche hanno fa con l’equivalente di circa 14 anni di stipendi accantonati più una quota del mio fondo pensione. Un classico trilocale di medio livello in classe energetica D.
Se a questi metto in aggiunta il bilocale di 45 metri quadri in Val Serina, ereditato dalla nonna che di sole tasse sono sui circa 700 euro l’anno, credo ne valga la pena usufruirne contro la calura estiva piuttosto che spendere cifre molte più alte per la settimana al mare o altro. Ma dopo il discorso di Delpini la mia coscienza si è sentita interpellata. Da cattolico di sinistra mi sono fatto la domanda se anche io non contribuissi a una malsana distribuzione delle risorse nei confronti degli indigenti.
Non dovrei mettere a disposizione la seconda casa per i più poveri (chiaramente a canone agevolato) al posto di usarla due mesi l’anno per semplice svago personale? Può sembrare una provocazione ma non lo è. Ogni giorno sentiamo rappresentanti politici e istituzionali gridare allo scandalo dei rialzi dei prezzi legati al edilizia e a tutto l’indotto. Lo leggiamo sui giornali, pure Severgnini a RTL rimarca ogni settimana che le città ormai sono fatte solo per benestanti.
La soluzione? Probabilmente non esiste. Dal momento che ognuno di noi mette al centro le proprie ambizioni personali e il guadagno davanti a tutto non se ne potrà mai uscire. Il mondo è sempre stato dei furbi, come mi diceva quel tale qualche anno fa: “Anche io ho un bilocale che potrei affittare, però alla fine come fai a fidarti“. Alla fine ha ragione Delpini: prima i soldi poi forse le persone, ma anche quelle in ordine di interesse.



