La più grande azienda italiana per capitalizzazione è l’Enel, che alla Borsa di Milano è valutata circa 77 miliardi di euro. Che sembrano tanti, ma sono soltanto una frazione delle migliaia di miliardi che valgono le maggiori aziende di Wall Street, o Londra, o Shanghai.

Da questo punto è partita un’analisi effettuata da l’Economist, giornale finanziario inglese, e riportata in parte dalla versione online de l’Economia del Corriere della Sera dello scorso 29 ottobre (al link: https://www.corriere.it/economia/aziende/20_ottobre_29/grido-d-allarme-piu-importante-settimanale-economico-mondo-declino-economico-italiano-393942a0-19bd-11eb-bdd5-3ce4cb03ccdf.shtml?fbclid=IwAR1mRNs_miiqkpND28x7J7wayOQXahcfTXW2EMMiMaarmwxClYSVm8l5jzs).

La conclusione del giornale inglese è che, dal punto di vista economico, l’Italia è un Paese irrilevante a livello mondiale.

L’opinione dei giornalisti inglesi è supportata da numerosi dati.

Il valore complessivo delle aziende nostrane quotate in Borsa, per esempio, è ancora inferiore (del 6,2%) a quello del 2008, quando ci fu la crisi finanziaria. Nel resto del mondo il livello del 2008 è stato pareggiato o largamente superato.

Altro dato: tra le prime 1˙000 aziende mondiali per valore azionario, soltanto 7 sono italiane. Ciò dipende anche da una scelta degli imprenditori italiani, i quali negli ultimi anni hanno quotato altrove, soprattutto in Olanda, le loro aziende. Lo hanno fatto gli Agnelli con l’operazione di unificazione dei marchi Fiat e Chrysler, lo hanno fatto i Ferrero.

Da un altro lato ci si è messo pure lo Stato, che ha investito risorse per il salvataggio di fallimenti perenni come quello di Alitalia. Risorse invece non utilizzate per l’espansione della banda larga su tutto il territorio nazionale.

Un ulteriore sintomo di declino gli inglesi lo hanno tratto da uno studio effettuato nel 2017 da, tra gli altri, Guido Corbetta dell’università Bocconi di Milano. Concerne le aziende «di prima generazione», quelle che in inglese si possono definire start-up. Ma la definizione è diversa perché all’estero si aspettano che un’azienda nascente sia creata da giovani, mentre in Italia il 50% dei creatori ha più di 60 anni d’età e il 25% più di 70 anni.

Alla luce di questi dati l’analisi de l’Economist sembra ragionevole. Dicono che l’Italia è irrilevante perché è proprio così.

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Autore

Guido Tedoldi

Nato nel 1965 nel milieu operaio della bassa Bergamasca. Ci sono stato fino ai 30 anni d’età, poi ho scelto di scrivere. Nel 2002 sono diventato giornalista iscritto all’Albo dei professionisti. Nel 2006 ho cominciato con i blog, che erano tra gli avamposti del futuro. Ci sono ancora. Venite.

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