Si parte da due monumenti paradigmatici della scultura di piazza, quello del Colleoni a Venezia e del Gattamelata a Padova. Dall’epoca romana si era persa la tecnica della fusione. Il Gattamelata è opera di Donatello. Celebra il condottiero virtuoso e fedele alla Repubblica.

Fu collocato sulla via per il Garda dove lui aveva operato, con mossa audace, un trasferimento di 33 navi via terra. Altra sua ritirata famosa fu la marcia notturna tra i monti che riportò intatto l’esercito. La statua posta sulla piazza della Basilica di Sant’Antonio ritrae l’illustre uomo, in abbigliamento di condottiero romano, i capelli all’antica, con l’immagine della Gorgone sul pettorale, il bastone del comando in una mano mentre l’altra tiene saldamente le briglie.

Altro è l’atteggiamento del Colleoni, terribile, imperioso, irruento, gli occhi spiritati, le gote scavate, lanciato alla battaglia. Il Colleoni pagò di tasca sua il monumento, 100 mila ducati d’oro, che doveva essere posto tra San Marco e la piazza. La Serenissima trovò la scappatoia: su una piazza importante sì e pure davanti a San Marco, che era però la chiesa della Scuola di San Marco. Progettata dal Verrocchio che non riuscì a fonderla, venne affidata e completata dal “funditor  venesiano Alexander de’ Leopardis” detto da allora “Alessandro del cavallo”.

Nacque la monumentistica in piazza, oggi al centro di discussioni e polemiche su cosa mettere o cosa togliere. I monumenti sono la traccia della storia di un popolo. Noi italiani i primi, gli altri hanno seguito.

Prendiamo Torino. Carlo Alberto di Savoia fece erigere un monumento (caval ed bronz) per l’avo Emanuele Filiberto vincitore della battaglia di San Quintino, esempio di città ambiziosa. Vittorio Emanuele celebrò il fratello Ferdinando D’Aosta riservandogli un’altra piazza importante, Piazza Castello. Mentre il cavallo ferito cade rovinosamente lui indomito protende la spada all’attacco. Furono celebrati anche uomini di cultura come Galileo Ferraris, studioso di elettromagnetismo, Quintino Sella, ministro e tra i fondatori del Politecnico di Torino, il conterraneo Pietro Paleocapa – più ricordato a Torino che a Bergamo – promotore dello sviluppo di infrastrutture e vie di comunicazione. Il Paleocapa è ritratto dallo scultore Odoardo Tabacchi in tarda età, su una poltrona, con aria meditativa, con il bastone che lo accompagnò per la cecità sopravvenuta negli ultimi anni. Questa la dedica: “cooperò alle maggiori imprese che l’industria scientifica abbia compiuto in questo secolo, il taglio dell’istmo di Suez e il traforo delle Alpi”.

 A Vincenzo Vela, uno dei maggiori scultori dell’Ottocento, fu commissionato il Monumento alle vittime del lavoro (1882). Gli operai che avevano contribuito alla realizzazione della Galleria del Gottardo vollero l’opera a ricordo dei numerosi compagni morti e invalidi. Lo scultore sensibile alle tematiche sociali realizzò il pannello in gesso poi da fondere nel bronzo. Doveva essere incorniciato da traversine spezzate di legno. Il monumento fu completato dopo la sua morte. Vela scelse il momento del trasporto dell’operaio morto sulla barella sostenuta da quattro compagni, il capo riverso e il braccio lasciato cadere che ricorda il Marat di David. 

Altamente simbolico è il Giordano Bruno collocato in Campo de’ Fiori, dove fu bruciato. All’inaugurazione (1889) si accalcava la gente. Con un libro chiuso in mano, lo sguardo di sfida verso il Vaticano. Nelle stesse ore il Papa Leone XIII era nella cappella raccolto in preghiera a scongiurare l’ennesimo affronto alla Chiesa. Minacciò di riparare nella fidata  Austria. Crispi gli rispose: “badi bene, perché non potrà più tornare”.

I monumenti sottolineano idee e ideologie. Come il Felice Cavallotti di Milano, opera di Ernesto Bazzaro ed esposto nel 1906 davanti alla Biblioteca Ambrosiana. La dirigeva Achille Ratti, il futuro Papa Pio XI. Oggi si trova nel parco di Porta Venezia. Dedicato al bardo della democrazia e fondatore della sinistra radicale, l’intellettuale patriota e polemista è nelle vesti dell’eroe greco caduto alle Termopili. Lo scultore avrebbe ricevuto pressioni anche sul letto di morte perché quel monumento si togliesse “visto il cattivo effetto che produceva”.

L’elenco continua con la statua di Arnaldo da Brescia collocato all’entrata della città per chi giunge da Verona, le braccia tese a protezione, modello di libero pensiero, in lotta con papa e imperatore e dalla parte dei liberi comuni.

A Bolzano, in tempo di nazionalismi e di pangermanesimo, si inaugurò (1889) il monumento dedicato al poeta tedesco Walter Von der Vogelwerde, subito rimosso in epoca fascista. Era un modo per rivendicare il ruolo fondante della cultura tedesca per l’Europa. Trento rispose (1890) con un monumento a Dante per mostrare “ciò che potea la lingua nostra”.

Ci furono i monumenti dedicati ai Caduti della Grande Guerra. Erano esempi da imitare. Per onorare i figli della patria parteciparono uomini e donne di ogni età e condizione sociale. Il Memoriale di Redipuglia ha tre grandi croci con la parola “presente!” moltiplicata ossessivamente. Un invito a imitare quei morti che avevano risposto all’appello.

A Bolzano si rifece il monumento celebrativo dei caduti austriaci con uno nuovo, per la vittoria italiana. Furono posti i busti di Cesare Battisti, Fabio Filzi, Damiano Chiesa, gli eroi dell’irredentismo e la scritta “educammo gli altri alla lingua al diritto alle arti”.

Nella cripta ricavata sotto oggi leggiamo nelle lingue dei popoli che sona stati protagonisti nel conflitto parole che denunciano le sciagurate divisioni del passato, e una frase di Hanna Arendt: “nessuno ha il diritto di obbedire”.

(Giovanni Carlo Federico Villa a Noesis 2022. Sintesi della lezione dal titolo Monumenti positivisti dell’Italia del farsi all’Auditorium del Liceo Mascheroni di Bergamo, 10 gennaio 2023)

Fonte immagine di copertina: Depositphotos

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