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L’odissea alla cassa nella grande distribuzione

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odissea alla cassa

La cassiera passa i due articoli che il cliente ha acquistato, ma uno di questi ha un sistema anti taccheggio molto particolare. Digita un numero interno e chiede a una collega di grado superiore di venire a risolvere la questione. Passano cinque minuti buoni, mentre la coda in cassa si fa lunga. Arriva la collega di grado superiore, gira e rigira l’articolo ma anche lei pare in difficoltà. Cortesemente chiede di attendere un attimo al cliente e si affretta a chiamare il responsabile. Intanto la coda si fa sempre più lunga. Arriva il responsabile, in giacca e cravatta. Anche lui pare non sapere la giusta procedura ma alla fine (dopo mezz’ora) con l’aiuto di tutto il team (sembrava un’operazione da Fbi) il sistema anti taccheggio si stacca. Ma non è finita. Il cliente intende pagare con dei “buoni acquisto”. La cassiera quando li vede annaspa in un’espressione uguale a quella di Buffon dopo lo scorso Real Madrid-Juve e chiede ai due responsabili come deve registrarli. Dopo un’ennesima “interrogazione parlamentare” sulla procedura da attuare si giunge alla quadra. Sembrava finalmente finito un iter che rasentava la procedura standard per  poter incontrare Trump alla White House. Invece, no. Non era ancora finita. Essendo i buoni di tagli diversi e l’importo totale dei due articoli di 228 euro la collega di grado superiore invita il cliente (sebbene fosse un tacito obbligo) ad usare 30 euro di contanti e tenere uno dei buoni per altro.


Il cliente sfiancato e stizzito da tale comportamento si arma di tutta la pazienza tipica del consumatore medio italiano (trattato come sempre da zerbino a differenza dei paesi anglosassoni dove è la prima lobby) e paga in contanti; sapendo benissimo che avrebbe dovuto rientrare in giornata e spendere il buono altrimenti sarebbe andato perso. Pertanto chiede cortesemente alla collega di grado superiore se può usare il buono restante per rifornirsi di carburante, come stampigliato sugli stessi. La risposta: “Vada a chiedere giù all’entrata perché io non mi prendo una responsabilità del genere“. È la goccia che fa traboccare tutto. Il cliente risponde spazientito: “Ascolti, per comprare due vostri articoli sono qui da più di mezz’ora in cassa per problemi vostri di cui lei sarebbe tenuta a risolvere. A me hanno insegnato che i responsabili sono pagati per prendersi appunto delle responsabilità, e data la coda che si è creata in cassa e il dedalo burocratico che imponete ai clienti per usufruire di un vostro servizio, se non siete in grado di fare meglio almeno abbiate la compiacenza di stare zitti“. La collega di grado superiore replica stizzita, ma il cliente non sta certo a sentirla: ritira gli articoli e se ne va con mezz’ora di ritardo e un 30 euro in meno non previsto nel portafogli. Intanto, la coda è arrivata agli scaffali. Non c’è da aggiungere altro: a certi livelli di mancanza di rispetto per il cliente le parole non servono più.


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