Era un tiepido giorno di novembre del 1350. Giovanni da Campo del Monastero di Astino aveva espletato nella Chiesa di S. Salvatore a Mozzo l’obbligo religioso che i monaci dovevano in cambio di una terra in donazione. Si trattava di un pezzo in parte arativo in parte vidato, cioè coltivato a vite, nella Valle Bergonzoni, “di là del Mont”, oggi Borghèt. L’appezzamento serviva a rendere più organici i possedimenti che già il Monastero deteneva in quei paraggi.

La Chiesa, un edificio quadrato con porticato di riparo, era appena stata rifatta. Purtroppo non oltrepasserà la soglia del Novecento, demolita e sostituita dalla grande Chiesa attuale dedicata a San Giovanni Battista. Si imposero esigenze di viabilità. Solo il campanile rimase intatto.

Il monaco Giovanni si era incamminato per il ritorno. Oltrepassate alcune case contadine affrontò la salita. Scendevano dal colle due viandanti, uno in sella ad un asino, l’altro a piedi che faceva da servente. Si trattava di un mercante venuto dalla Val Gandino a consegnare panni grigi comuni per i Signori del Castello, i Mozzi, un tempo famiglia fiduciaria dell’imperatore. Con il tempo il loro potere era venuto meno all’indebolirsi della presenza imperiale e di fronte alla inarrestabile espansione della Signoria di Milano, i Visconti, che più determinati, più brutali, più esosi nelle tasse da imporre alla popolazione, garantivano in compenso sicurezza e tranquillità al territorio.

Il mercante si era staccato dagli altri con i quali si accompagnava all’uscita da Porta Broseta. Una volta consegnata la roba intendeva raggiungerli oltre il Ponte di Briolo a Pontida e proseguire per Lecco e quindi nel paese dei Grigioni. Insieme riducevano i rischi di banditi e rendevano agevole la sempre complicata transazione nei pedaggi.

I monaci di Astino erano vallombrosiani, riforma nel grande albero benedettino, come i monaci di Pontida. Giovanni aveva una costituzione robusta, faccia larga, oggi diremmo da pugile, ma con la propensione al sorriso. Camminava tenendo le mani ai fianchi e aveva una voce cavernosa, che si imponeva nel coro del Monastero senza perdere la familiarità con i contadini della zona che spesso interpellava sulla fruttuosità della stagione o la salute degli animali. Trovato un giorno un carro rovesciato e il povero servo rimasto sotto, non esitò ad accucciarsi, piantare i piedi e con un movimento da sollevatore di pesi liberare il malcapitato. Altre spinte di schiena ben assestate e rimise in sesto il carro.

Giunto alla sommità del colle, guardò dietro. La giornata di sole invitava a godere il paesaggio che spaziava dalla bassa pianura bergamasca fino all’Isola con uno squarcio di Brianza. In fronte aveva il Canto con lo spiraglio della Val San Martino e sulla destra la conca di Almenno sotto il Linzone. Fermò lo sguardo in direzione di “Mapèl” pensando all’altro monastero, quello di Fontanella, nascosto in una insenatura del monte. Immaginò un caro amico di studi forse intento in quel momento nel lavoro di bibliotecario e di copista. Nell’ultima lettera si lamentava del Papa rimasto ad Avignone: qui in Italia doveva tornare e tacitare le eresie che serpeggiavano anche nei monasteri.

Fu distratto dai colpi degli spaccapietre della calchera dove fin dai tempi di Roma estraevano calce che serviva a dare consistenza alle costruzioni. Superato il dosso entrò nell’altra piccola valle di Mozzo, più appartata e vicina alla città. Il fianco collinare ben terrazzato si prestava alla coltivazione della vite. Sotto si allineavano le case contadine, dove sorgerà il Borghetto vero e proprio, allora costruzioni arrangiate, in legno e tetto di paglia, alcune con il rialzato e la loggia, altre senza. Più in basso, dove oggi ci sono raffinate e protette villette, il terreno era acquitrinoso adatto per salici, pioppi e platani. Vicino alle abitazioni erano stati ricavati dei pascoli e qualche ortaglia. Non mancava l’ulivo che era richiesto per le celebrazioni liturgiche.

Gli si fece incontro un ragazzino. Aveva in mano un cestello ricavato da rametti di salice intrecciati. Non disse una parola, glielo mise in mano. C’erano delle uova e un formaggio. Il monaco lo riconobbe e ringraziò: “Tu sei il nipote di Zanno, lo spaccapietre”. Era ancora novizio quando l’avevano portato al Monastero ferito all’occhio per una scheggia partita al colpo della mazza di un altro lavorante qualche metro distante. L’aveva  così perso.

Proseguì percorrendo il tratto pianeggiante a semicerchio che passava in parte a ciò che sarà una delle belle ville di cui la zona sarà costellata nell’ ’800, la Casa degli Angeli, oggi Centro di Abilitazione, e raggiunse il nucleo di case sovrastate dal Castello Presati.

Vi si accedeva da dietro per una ripida salita e si entrava per un portone a ogiva. In certe giornate di novembre la nebbia come una nuvolaglia bianca lo lasciava affiorare come il resto dei colli di Bergamo. Giovanni salutò le guardie. Dipendevano dal castello di San Vigilio. Il loro diretto responsabile era patito di caccia. Dalla mattina presto si trovava fuori, “in contrata de Prata Lata”, per seguire la passata dei tordi. “E’s fò dé cò”, gli disse la guardia, “intrattabile oggi, meglio averlo lontano!” per via della rete stracciata che aveva trovato il giorno prima.

Ormai mancava poco al Monastero. Doveva arrivare per le Laudes, le preghiere recitate e cantate in coro all’ hora sexta, prima del pasto di meridie a conclusione della prima parte del giorno. Era il giorno di San Martino, giorno di festa ad Astino e fuori, in tante parrocchie. Il Santo aveva sempre goduto del favore popolare per via di quel gesto, il taglio della tunica che serviva a coprire il mendicante ignudo. Giovanni voleva arrivare puntuale. Accelerò il passo. La strada passava in una zona boscosa, fatta di robinie, carpini, querce, e naturalmente castagni dove ormai c’era poco da raccogliere, forse gli ultimi frutti del sottobosco.

Alla svolta si vide davanti il carro del fornaio che al solito portava farina al convento. Era fermo. Avevano appena superato la località Curnatica, che del grumo originario di case aveva il nome. Quando si avvicinò si accorse che a lato della stradina, sulla sponda a monte, giaceva un uomo. Teneva i ginocchi sollevati, una mano al collo. Non era stato assalito dai briganti. La sua sacca era appoggiata dietro la testa, niente era stato tolto. Si lamentava. Era l’esattore di tasse per i signori della città, i Suardi, grandi proprietari terrieri, dominanti per poco. Erano per lui giorni di lavoro e di tormento per gli affittuari.

Il malessere non era per quel poco che di malavoglia aveva mangiato alla locanda, una brodaglia di patate e fagioli. Piuttosto la sete lo tormentava. Lo caricarono sul carro. Quando arrivarono sotto la Chiesa c’era il convergere di monaci e conversi che si affrettavano per la funzione. Giovanni mandò il garzone a chiamare “mastro aromataio”. Arrivò subito, lo scrutò, aprì il camiciotto sotto la mantella che copriva le spalle. Apparvero sul petto chiazze violacee. Proferì allora quasi a denti stretti la parola temuta: pestilentia!

Giovanni che gli porgeva una tazza d’acqua ricuperata dalla fontana vicina subito pensò: ci risiamo!

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