Biondi immobiliare

Ho ripreso la lettura di Mario Tobino partendo da uno dei suoi ultimi scritti (Gli ultimi giorni di Magliano 1983) dove ripensa la sua esperienza di psichiatra in manicomio. Oggi i manicomi non ci sono più. Più che professione una missione la sua e in contrasto con i cambiamenti, “piovuti dal cielo” come a suo modo di vedere giudicava la Legge Basaglia (1978). Chiudere i manicomi? E dove sarebbero finiti i suoi matti con cui aveva costruito una comunità? Li conosceva uno per uno, con i loro disagi, le sofferenze, le esplosioni, le aggressioni: la Tucci coi suoi deliri gridati alla finestra su figli picchiati, pugnalati, strozzati, e l’idiota nonché epilettico Porro con l’instancabile protettore Alberto, l’omone dal timido sorriso. Come comportarsi con il perverso Bertelli che senza una gamba andava in giro sulla carrozzella a sputare sul volto degli altri malati, o con l’ex marinaio in preda a visioni di rotte sull’oceano frustato dai venti; il Ferretti che si appuntava le unghie per farle arrivare al viso dell’allibito vecchierello lento a muoversi e zoppicante. Cosa rispondere alla madre del cieco Toneri che in casa teneva un altro fratello cieco: “e me ne volete dare un altro?” I nuovi dottori o infermieri avevano fretta e non avevano consuetudine con questi malati. Che ne sapevano dello spaccapietre di Stazzena, lavoro nelle cave, che tutto aveva calcolato per sfracellarsi sul marciapiede. Lo volevano mandare fuori, in una colonia agricola, per un reparto relativamente aperto, e lui non si era dato più pace. Dove sarebbe finita la sua gente che era lì da una vita, con cui aveva costruito una comunità, persone non numeri da aggiungere o spostare, creature degne di amore e di considerazione. Nel suo reparto femminile aveva avviato una terapia con l’arte, lavori di pittura, di ceramica, di cucito.

Li mandavano a casa? Ma il manicomio era la loro casa. Ci sarebbero stati i Centri per la salute mentale? Ma questi “detenuti” come li chiamavano i nuovi psicologi, erano invecchiati là dentro, mai pensando a un fuori. Tobino scrive, accusa, difende. A cinquant’anni di distanza paiono idee datate, fuori dal nostro mondo. Spariti i pazzi possiamo dire che la pazzia è vinta? Non proprio se un quarto di quelli che stanno oggi sulle strade e di notte dormono sotto i portici – i dati sono del Patronato S. Vincenzo – hanno problemi psichiatrici. I nuovi medici confidavano negli psicofarmaci. Il loro gergo era: smantellare, inserire, prescrivere, affidare ai centri di salute mentale, costituire realtà territoriali. Ha avuto ragione Basaglia, ma Tobino aveva visto il manicomio di Maggiano (Lucca) nascere, fin da quando i tedeschi ne avevano requisito un reparto per i loro feriti. Ogni sasso gli parlava. Si sintonizzava con le persone, vedeva oltre, nel buio la luce, il matto che suona il sax, oltre le regole e i pregiudizi. Giudicava più gravi i confini che metteva la società.

Pensieri in libertà e libero era stato fin da giovane a scorrazzare sulla spiaggia di Viareggio – “grato a mio padre di avermi lasciato libero” – a confrontarsi e sfidare altri ragazzi, tuffarsi per prendere con la bocca i soldini che i signori benevolmente lanciavano. Guardava dalla spiaggia le barche, conosceva i velieri viareggini, la linea, la sveltezza, la leggerezza. Li ammirava gareggiare col mare. Conosceva i calefati, i maestri d’ascia, i capitani della vela, i marinai coraggiosi, La vela è un’arte e pure un pericolo. Ascoltava le storie dei nati e cresciuti in darsena, da generazioni in mare.

Ha scritto un inno a Viareggio (Sulla spiaggia e al di là del molo 1966), raccontando la sfida sul mare di una cittadina arrivata all’ultimo, e subito davanti con i suoi coraggiosi uomini di mare. Un prodigio, la Viareggio del mare, non ancora quella del Carnevale. Pensare che era un paese di pescatori, eppure le barche di Viareggio erano ammirate nel mondo. Era pur sempre figlio del farmacista, la madre di vecchia famiglia possidente, e i genitori ci tenevano a farlo studiare. Li aveva ascoltati e aveva scelto medicina per essere medico a modo suo.

Libero ha sempre voluto essere anche se era stato costretto a confrontarsi con la guerra (Il deserto della Libia 1952), obbediente per dovere di patria ma al crollo del regime aveva collaborato al cambiamento, non da clandestino sulle montagne ma da medico nell’ospedale psichiatrico di Lucca dove aveva preso servizio, con azioni di collegamento, di trasporti e consegna delle merci necessarie alla Resistenza. Nascondeva i partigiani, curava i feriti, forniva medicinali e faceva parte del comitato che decideva le operazioni da fare. La patria non c’era più o bisognava costruirne un’altra (Il clandestino 1962). La sua scrittura arriva al cuore: “Ubbidisco a ciò che il cuore mi comanda”. Frasi brevi, cariche di immagini, come macchie di colore di un paesaggio di campagna. In poche parole un personaggio. “Sono nella mia storia”, con passione e curiosità ascoltando la realtà. Non che fosse facile scrivere, ci metteva tempo a elaborare e far uscire una pagina chiara, essenziale, energica. Sempre in libertà, come Dante di cui ha scritto una bella biografia (Biondo era e bello, 1974), per esprimere l’inconscio, le ombre, le inquietudini, il divino.

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