Nicolaj Vasil’evič Gogol’, ucraino di nascita all’Ucraina carnevalesca e del fantastico tra diavoli e streghe fa riferimento nei racconti di Le veglie alla fattoria Dikanka. Con quest’opera si impose al pubblico di Pietroburgo. Puskin stesso restò sbalordito, la definiva “una festa di allegria”. Girava la voce che i tipografi si torcevano dalle risa man mano andava in stampa. Anime morte è il capolavoro. Un succedersi di personaggi, descrizioni, vicende, considerazioni che ha per protagonista Čičikov. “Chi è? – si domanda lo stesso Gogol nel racconto – Scelto perché virtuoso? Nient’affatto. L’uomo virtuoso ormai è ridotto a un cavallo. E’ tempo invece di attaccare alle stanghe anche un farabutto”. Già nell’aspetto, come commenta alla nascita la levatrice “bassina” “da far pensare alle paperelle”, lui bizzarro e furbo, di un certo fascino, rotondetto e basso pure lui. Sempre la levatrice: “Scappato fuori tutt’altro da come me l’aspettavo; avrebbe dovuto assomigliare alla nonna materna, invece, come dice il proverbio, del padre no, della madre no, ha preso d’un vagabondo che passò”.
Čičikov capita in una città di provincia, subito scambiato da ispettore governativo e perciò accolto dalla società bene. Ma poi, si domandano in tanti, cosa sarà venuto a fare? Lui risponde pari pari: non per ispezionare bensì in cerca di “anime morte”. “Cioè?” “Gente morta e sotterrata, di cui tutti dovrebbero essere contenti di disfarsene perché cancellate dagli elenchi governativi che nutrono le casse dello Stato e pesano sui proprietari”. Lui è disposto a farsene carico, a sgravare i proprietari dalle tasse, pagando ovviamente in contanti. A che pro? Terra e servitù gli servono per accreditarsi presso la società che conta. Questo il filo conduttore. Čičikov gira per terre e proprietari, secondo le indicazioni raccolte. Da Subakevič che è uno sgangherato, nell’aspetto e nella casa, nella proprietà e nei servi stessi: fieno e grano a marcire nei campi, case sconnesse, stanze dove tutto è ammonticchiato a casaccio, lui dall’aspetto di orso. Prefigurato in ciò già sul percorso quando redini e cavalli si aggrovigliano, il calesse di Čičikov con la più grande carrozza sopraggiunta dietro e che pretende strada.
Da Nozdriec che è poi “un mentitore, senza arte né parte, alla faccia dei poeti e delle loro composizioni che invece sono chiare come il giorno”, un ciarlatano che ingarbuglia, arruffone che violenta la natura, capace di difendere la roba, e di gridare: “Ecco qua, la vera conoscenza dei segreti dell’uomo!” Dalla vecchia Korobocka, dove tutto va a rotoli; dall’avaro Pljuskin, disposto a vendere ancor prima che lui abbia fiatato, mercanteggiando sul prezzo per gente morta che vale ancora, a suo dire per quel che rendevano: quello che faceva carrozze con le molle che a Mosca se le sognavano, il carpentiere due metri e un palmo di altezza, chi impiantava stufe in qualunque casa occorresse, Geremia Sorokopliakin che che lasciava trafficare purché gli portasse a casa i suoi 500 rubli. C’è la Russia povera, contadina, che appare per strada con colonnette militari, mastri di posta, file di carri, grigi villaggi, donne sull’uscio di casa con secchi di letame, viandanti che si trascinano, bottegucce di legno, e l’orizzonte senza fine di una natura sterminata: “Terra di Russia! Io ti vedo dalla mia incantevole lontananza. Tutto è povero in te, disordinato, inospitale. Non rallegrano lo sguardo gli arditi miracoli della natura, le città con gli alti castelli dalle mille finestre, non brillano in lontananza gli eterni profili dei monti radiosi”. Però “una misteriosa forza attira” da far sorgere sconfinati pensieri.
Scrittore slavofilo Gogol che vede la Russia come un mondo a parte, con leggi proprie, non compresa in Europa, ma terra benedetta, di un popolo “portatore di Dio”. Lo stesso romanzo potrebbe continuare all’infinito come una fuga di Bach. Il cammino di Čičikov è interminato e interminabile, e Gogol non riuscì a terminarlo infatti. La seconda parte bruciata più volte, anche a pochi giorni dalla morte.
Voleva azzerare per ricominciare. Si sentiva strumento della volontà divina, una certezza che alla fine venne meno. Partì per la Palestina per ritrovare sé stesso. “Chi mai sono io?” diceva. Era andato con guai di salute e di spirito. Voleva rialzarsi dal Santo Sepolcro con energie rinnovate. Lui che aveva detto che lo scrittore non può restare un giorno senza la penna in mano, come un pittore con il suo pennello, si trovò impedito a scrivere.
Il bravo scrittore secondo lui era in grado di ricavare un racconto solo descrivendo la propria stanza. Impareggiabile anche a leggere. Chi ascoltava i suoi pezzi comici rideva fino alle lacrime. mentre lui proseguiva serio. “Quando ci lesse il primo capitolo di Anime morte – diceva un amico – ridemmo dall’inizio alla fine”. Affascinò i giovani. Pare che certe sue espressioni divennero presto di uso comune, comprese le imprecazioni: “al diavolo, accidenti”.
Sradicato fu Gogol come il suo personaggio. Sempre solo, mai una casa, un legame affettivo. Pessimo rapporto col denaro. Diceva che mai e poi mai avrebbe scritto una riga per vile denaro, salvo essere angustiato da problemi di sostentamento di sé, della madre, delle sorelle, per la stampa, per la censura, e rincorrere a questo e a quello, a volte impuntandosi, pretendendo. “Che i ricchi comprino i suoi libri per passarli ai poveri”. Sempre in viaggio con una sacca per poche cose da portare, e strane: qualche abito, libri, oggetti di manicure, i pettini, la biancheria necessaria. Si portò in Palestina un’icona. La mostrava con orgoglio: “Copia in miniatura di quella di Bari”, secondo lui più vicina all’originale. San Nicola era il suo patrono, patrono di quelli che viaggiano.
Ferito dalle polemiche se ne andò da Pietroburgo. Vagò per la Russia e poi per l’Europa. Approdò inItalia, a Roma dove iniziò le Anime morte. Dettava al compagno di stanza al buio, a scuri accostate, in tono solenne, cadenzato, senza ripensamenti. Il romanzo lo rese celebre, lo innalzò nell’olimpo degli scrittori russi. “Per i posteri”, diceva di scrivere, “la gloria dei contemporanei non vale un soldo”. La morte di Puskin l’aveva scosso terribilmente. Un aneddoto? Aveva dimenticato il vecchio cappello in un negozio; i proprietari se lo provarono concludendo: “la sua testa è proprio più grande delle altre”. Muore il 21 febbraio del 1852 di indecifrabile malessere, in mano a medici che avevano cure da aguzzino. Ai suoi funerali intervenne tutta Mosca.




