Sulle tracce di Don Bepo Vavassori, di cui ho appena letto la biografia. A Trabuchello, sul ramo est del Brembo, quello di Foppolo per intenderci, iniziò la sua carriera ecclesiastica. Trovando la scritta Colonia Santa Margherita ai piedi della pittoresca mulattiera che porta alla Chiesa, sono stato attratto da voci provenienti da dentro e dalla porta aperta. Alle donne alle prese con pentole e pasta da stendere ho chiesto della chiesa chiusa – o bisogna ormai arrivare in coincidenza con le funzioni religiose? – aggiungendo: “Sanno di Don Bepo?” Loro che accompagnano i ragazzi da Castelli Calepio hanno interpellato la cuciniera che è di lì: ”Si, so di Don Bepo, i vecchi lo ricordavano come parroco, e le dico anche che questa casa è stata voluta da lui”.

Del miracolo don Bepo Vavassori parlo e della sua avventura che si chiama il Patronato San Vincenzo iniziata in Città alta nel 1927. Nominato padre spirituale in Seminario aveva trovato alloggio alla Chiesa del Carmine. L’opera di carità, la San Vincenzo, qui ospitava 12 ragazzi lavoranti in varie botteghe cittadine sotto la sorveglianza di un prete che in quel momento aveva chiesto di essere sostituito. La Chiesa si era sempre occupata, soprattutto nell’800, di gioventù in difficoltà. Diversi preti, suore e laici, avevano fondato orfanatrofi, asili, case d’assistenza, a Bergamo e in provincia.

L’anno successivo, per problemi di coabitazione, anticipando l’onda di una città in movimento, trovò una nuova sistemazione per sé e i ragazzi di cui si era preso cura. Oltre la ferrovia c’era un’ampia spianata con un caseggiato, dei magazzini, qualche portico e tettoie cadenti, una ciminiera mozza, resti di una vecchia fornace di laterizi ormai dismessa, la Mornigotti. Convinse il proprietario, lo svizzero Ernesto Berner, a cedere lo stabile in affitto, per poco, dove oggi si trova il Patronato.
Nel giro di un anno i ragazzi divennero 40. Oltre che l’incarico in Seminario don Giuseppe Vavassori era stato nominato direttore de L’Eco di Bergamo. Gli servì per allargare conoscenze e visione delle cose ma il pensiero prevalente rimase per quei ragazzi. Seguì le orme di Don Bosco, l’idea di una casa per la gioventù, nello stesso spirito della fede cristiana e con le parole del Maestro che da allora resterà sempre come scritta al cancello d’ingresso, Amatevi a vicenda. Capì le domande dei ragazzi e delle famiglie che li mandavano, si trattasse di accoglienza o di educazione, di apprendistato o di lavoro. Un tetto e un letto, la mensa e la scuola, i laboratori e le officine, la falegnameria e il campo da coltivare. Trovò aiutanti per la cucina, la sorveglianza, l’istruzione, le attività ricreative, la cura, il consiglio. C’erano i ragazzi piccoli e chi si avviava all’età adulta, chi aveva famiglia e chi non ne aveva o era scarsa, chi veniva dalla lontana provincia e non poteva permettersi il lusso di spendere i pochi soldi in collegio, chi nel fine settimana veniva a Bergamo a frequentare i corsi professionali.
Pensò a dar loro un mestiere, ad avviarli al lavoro, a non lasciarli in ozio, a dare opportunità di vacanza o di svago, secondo le esigenze dell’età, a educare l’anima e i gusti dell’anima come la musica. Il Patronato aveva una sua banda musicale.
Era un uomo che ispirava e dava fiducia. Ebbe in pieno il sostegno del vescovo venuto dalla Brianza Adriano Bernareggi, che al 25° di sacerdozio si congratulava con lui per i suoi anni pieni di lavoro che altri avrebbero riempito con ben più anni.
Durante la Guerra don Bepo Vavassori che era pure cappellano delle carceri si trovò rinchiuso nello stesso carcere. L’accusa? Complicità con il movimento di resistenza. Si era guardato dallo schierarsi, a lui interessavano i suoi ragazzi, ma trattandosi di aiutare non si tirava indietro. Dalla casa di vacanze a Santa Brigida, sulla strada per la Valtellina e poi la Svizzera, passarono fuggiaschi, giovani che non volevano finire in Germania, soldati braccati, partigiani, ebrei.
Nella ricostruzione raddoppiò le iniziative e si moltiplicarono i ragazzi. Nel 1949 i ragazzi erano mille. Altre esigenze, possibilità, modalità educative, altri spazi. A Bergamo e Santa Brigida si erano aggiunte le case di Albano Sant’Alessandro, Endine, Clusone, Sorisole, Stezzano, Nembro, perfino Sanremo, chiedendo don Bepo all’amministrazione comunale ligure di allestire i locali con laboratori, perché i ragazzi non son da lasciare con le mani in mano e il lavoro dà fiducia e un futuro e quando hai un mestiere sei già a buon punto. Parlava sempre di Provvidenza, una mamma velocissima, fatta di carità e di fede, di benefattori e collaboratori. I preti, i direttori, gli assistenti venivano nominati dal Vescovo, ma i più erano passati dal Patronato, beneficiati o attratti dall’esempio concreto.

Don Bepo era tenace, trögn diremmo noi, instancabile, alla mano, buono, affidabile, paziente – basta guardarlo in faccia – uomo di fede. La fede l’aveva sostenuto in trincea, quattro anni di cappellano militare, presente nella sanguinosa battaglia della Marna nel ’18, che la morte aveva sfiorato. Disse che dentro si sentiva la vergogna del sopravvissuto.

E’ morto vedendo all’apice il suo Patronato ma intuendone la crisi, con una società complicata, più livelli sociali, bagagli culturali di partenza troppo diversi, domande educative e risposte variegate, e da ogni dove. Andava scemando il serpente di studenti che al mattino ininterrottamente dalla stazione affluiva verso via Gavazzeni. Non bastava più l’invito: entra! che nella mischia prima o dopo un calcio al pallone lo darai anche tu. Si levava la voce di Don Milani, una visione di scuola attorno ad un tavolo.
L’ultima impresa di don Bepo: il Patronato in Bolivia. L’accoglienza giocata in trasferta. “Così i Boliviani hanno conosciuto Bergamo”, qualcuno ha borbottato. A torto, perché dell’accoglienza degli stranieri ce ne dobbiamo far carico e l’accoglienza qui è diventata ascolto, appoggio, calore, bussola. Il Patronato come concepito da don Bepo non c’è più. Il lascito rimane, il bene fatto resta indelebile.
La rubrica è diventata un libro




