Per la vecchia stazione di Ambria, oggi trasformata in Museo del soldato, vi passa la ciclabile, per gli amanti della pedalata o della camminata con l’obbligo di tenersi in forma o almeno in riga. La via su rotaia sta uscendo dal mondo dei sogni, come illustrato da tabelloni esposti in Provincia che mostrano il treno che fu.

La strada per Bracca si stacca in vista di Algua costeggiata dal verde, più intenso dopo la sfuriata della sera precedente, e l’aria respirabilissima. Il paese è ancora meta di villeggianti che non hanno mai tradito, a godersi i mesi estivi, 600 metri sul livello del mare in una comunità di 700 abitanti e un parroco in cura di queste e altre anime, anche a Pagliaro, Frerola, Cornalta.
Risalta prima della chiesa una casa che sembra come “il letto di Van Gogh”, usurata ma che mantiene la sua dignità, il ballatoio in legno che è lì per cedere da un momento all’altro, finestre incorniciate, un dipinto sacro sulla porta, come ex voto di qualche santuario, la sbiadita scritta illeggibile: “antica …ia“. “Trattoria!” mi suggeriscono.

Si sale alla chiesa per aperta scalinata o, meglio, per scalette e strettoie, stando tra vecchi caseggiati e finire a lato della Chiesa di Sant’Andrea, porte e portone centrale spalancati, “per dare aria” mi dice il sacrestano. Aperta è così la sacrestia coi ritratti dei parroci transitati qui, qualcuno arrivato giovane e rimasto una vita. Burberi o bonaccioni, maneschi o illuminati, “chi ti tirava fuori di tasca la caramella” o quello che aveva sporca la macchina perché sempre caricata di sabbia o cemento. La popolazione si legava, era giocoforza. Conoscevano tutto di tutti. A lui si rivolgevano per necessità, distanti o alla mano, come oggi, forse più “evanescenti” presi da tanti incarichi, “ci sono e non ci sono”. “Shalom” leggo fuori la casa parrocchiale.

Bracca, forse dal dialetto “braca”, manciata di case si può intendere. Su una delle “vie mercatorum” che collegavano i paesi alti. Nel secolo XV si staccò da Serina a cui fu a lungo dipendente e divenne parrocchia, in grado di mantenere il parroco e capace di costruire una chiesa come si deve. La prima chiesa risale al 1509, non certo come si presenta adesso, aggiustata considerevolmente nell’’800. “E con che sostegni!” osserva il sacrestano, “perché la preoccupazione, là dove è messa, è sempre per qualche cedimento”.

Più sorprendente è la Chiesa di Pagliaro, un paio di chilometri dopo. La trovo aperta perché il parroco vi ha portato i ragazzi del CRE, una sgambata prima di pranzo. Dell’antica chiesa è rimasta l’attuale cappella laterale, la Cappella del Cristo Risorto, e un recente restauro ne ha ripristinato gli affreschi quattrocenteschi. La posso ammirare. E’ una vera enciclopedia pittorica del Cristianesimo. Figure, eventi, simboli, concezioni teologiche, oggetti, gesti. Leggibili per tutti? Sempre meno per le nuove generazioni carenti di specifici strumenti culturali.
La chiesa intera è invece dedicata al Corpus Domini, il Corpo di Cristo nella forma del pane o, meglio dire dopo il Concilio, il Cristo nella mensa ecclesiale. Tema caldissimo e motivo di infinite discussioni e di divisioni, anche politiche, tra cattolici e protestanti, non certo una novità nella lunga storia del Cristianesimo. Il parroco mi dice che sul campanile, e qualche anziano lo ricorda ancora, svettava la sagoma di un ostensorio e che un fulmine colpì e fece precipitare a terra.
A metà navata colpisce l’inusuale figura di Maddalena, capigliatura fluente, gote rosee, veste di matrona romana, un vaso per l’unzione del corpo morto in una mano e la pagina del racconto evangelico della Risurrezione nell’altra. “Ci fu una particolare devozione considerando le ripetute rappresentazioni della Santa sugli affreschi delle pareti”.

Ritornando passo per la Fonte Bracca. La sorgente, sopra la strada, era sempre stata frequentata e celebrata come acqua salutare. Sulla scia di San Pellegrino venne proposta come particolare acqua termale. “Diuretica, terapeutica, radiologica, anticatarrale, salvavita”, nominata già dallo scrittore nonché geologo Maironi Da Ponte, analizzata dagli scienziati di Ginevra e passata all’avallo dell’Università di Parma, elogiata dal nostro naturalista Enrico Caffi, pubblicizzata dai fumettisti e disegnatori dell’Istituto d’Arti Grafiche di Bergamo e propagandata da illustri estimatori. Si costituì in Società anonima Fonte Bracca nel 1906. Per un certo periodo tenne testa a San Pellegrino, che aveva ben altri spazi e una storia più rinomata. La strada era stretta, quasi inaccessibile. Si entrava per il brivido dell’orrido del torrente Serina, con le spettacolari candele di ghiaccio d’inverno, non del tutto scomparse. Sono rimasti il tempietto della fonte, l’Hotel delle Terme.
L’acqua Bracca – chiamata via via Fonte Bracca, Pracastello, Flavia – oggi fa parte della Sanpellegrino, a sua volta assorbita dalla Nestlé – esce sui suoi camion all’entrata di Ambria. Per cento anni quest’acqua ha sponsorizzato il paese, in Italia e all’estero. E da quando scopriì, nelle mie collezioni ballerine, il tappo con l’anfora etrusca, è pure parte della mia storia.
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