Biondi immobiliare

Oggi l’Adda è in piena. Quando a questo alludo il passante mi chiede: “Com’è l’acqua? Gialla o normale, tra il blu del cielo e il verde delle sponde boscose? Gialla significa che è sporca di terra e viene dal Brembo, e il Brembo non lo tieni. “Normale” rispondo. L’Adda è regolato dai vari sbarramenti o dighe, “le avranno alzate per salvare Como da allagamenti”. Sotto l’irruenza del fiume è scomparsa la striscia di massi per passeggiare a lato del fiume, affiorano soltanto alberelli o ciuffi di cespugli sommersi.  

Nella Villa Melzi d’Eril soggiornò Leonardo, a più riprese, per studiare le opere idrauliche. Milano si preoccupava della navigabilità; troppo importante il traffico di barconi per rifornire la città. “La villa è un po’ lasciata a sé. Ci vorrebbe qualche ente importante che ne prendesse cura. Gli eredi, o forse l’erede fa quel che può. A volte entrano gruppi a visitarla. Non l’ho mai vista, ma chissà come sarà bella, con pareti dipinte e una grande Madonna dello stesso Leonardo!”. Qui arriva la Martesana, il canale artificiale che si stacca a Concesa. “Se adesso segui la ciclabile a cinquecento metri vedi il Brembo che entra nell’Adda, e prima la vecchia Cartiera Binda ormai dismessa”.

Il nome del milanese proprietario non mi è nuovo. La via principale del quartiere Barona dove porto a spasso il nipotino, è intitolata a lui, Ambrogio Binda. “Alla cartiera ho lavorato fino alla pensione” mi racconta un signore di Canonica. “Facevamo carta di cancelleria, cartoncini, fogli da cucina, carta per ogni uso, per quaderni, registri, fogli da disegno, per arredare, carta igienica. L’hanno chiusa dopo il 2000. Così abbandonata fa tristezza.” 

Tra vecchie e nuove esigenze, vecchie e nuove polemiche, il ponte è tra i cinque che solcano l’Adda. Risale ai Romani, legato alla figura di un certo Aureolo, valoroso condottiero della Dacia, attuale Bulgaria. Fu ripetutamente ricostruito, in pietra, in legno, in ferro come la Torre Eiffel, in cemento come l’attuale dopo guerre e piene, trascinando oggi problematiche o polemiche sulla sicurezza, i tiranti che vanno sostituiti, le normative che cambiano, la velocità delle auto, i mezzi pesanti, il percorso dei pedoni.

Al Pons aureoli ci doveva essere una stazione per il cambio dei cavalli, ora ci sono la Villa Quintavalle e la Villa Pagnoni. Il vecchio borgo di Canonica è disposto circolarmente: “vada vada e girando girando si troverà al punto di partenza” mi dice una signora. Si direbbe un castello, un caseggiato che si protegge dove ci sono le “curt”, come c’è scritto sui vari portoni d’ingresso, ricordi di un mondo agricolo scomparso. Si entrava nei in cortili con il caseggiato disposto su due piani per stalle, fienili e abitazioni arrangiate. Oggi è ben sistemato in abitazioni e fuori la targhetta di terracotta con il nome: curt del Puster, curt del Curubì, curt del Barbù, curt del Butigù. Anche curt  di Cunson che mi ha fatto pensare a mia nonna, una Consonni, mai conosciuta ma che veniva da queste parti. “Dopo la Guerra si sono create poi in questi cortili tante officine, minuterie, di viti, stampi, pezzi di ricambio, valvole e parti elettriche”.

La Chiesa fu eretta nel 1755, dedicata all’evangelista Giovanni. Affrescò la cupola con i quattro evangelisti Natale Riva, pittore nato a Vaprio ma con i genitori che venivano da Canonica. Avevano un’osteria ma il figlio si diede alla pittura. Si era formato all’Accademia di Brera.  Lavorò per l’arte sacra qui e nei paesi attorno. “La pittura sacra è bellezza con le mani giunte” diceva. Una tela sopra il portone d’entrata raffigura il Martirio di San Giovanni, condannato a bruciare nel pentolone d’olio bollente. Secondo il racconto della Leggenda Aurea, l’evangelista poi morto novantenne ne uscì integro.

Accanto alla Parrocchiale una chiesetta, con i rimaneggiamenti dell’antica chiesa quando Canonica, che veniva chiamata Pontirolo, fu pieve insigne di una vasta plaga. Appena fuori paese in cerca di un ristorante ho trovato il Ristorante San Michele, dove si mangia a buon mercato e con il panorama di una vecchia cava trasformata in laghetto di pesca sportiva. Ho camminato intorno. Diversi i pescatori presenti. A uno che stava preparando la canna ho chiesto: “Ci sono?“. Arricciando il naso mi ha risposto: “Mica tanti”.


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