Fobos (paura) e thauma (meraviglia) sembrano due situazioni opposte dell’animo umano. Per i greci Fobos era una divinità, figlio di Ares e Afrodite. Il suo luogo privilegiato era il campo di battaglia. A Gaugamela Alessandro Magno incitò i suoi ad invocarlo prima dello scontro. A Sparta c’era un suo tempio. Il suo albero era l’acero rosso che richiama il sangue. Nella tradizione la paura è un’emozione intensa, per la percezione di pericolo reale o supposto. E’ una specie di attesa, attesa di qualcosa di negativo. In senso positivo diventa speranza.

Per Platone le cose possono apparire ombre (doxa) ma non sono reali. La vera conoscenza avviene alla luce del sole. Kierkegaard distingueva paura e angoscia: la paura ha un contenuto preciso, l’angoscia è minaccia indeterminata e incontenibile. Nella Poetica Aristotele dice che la tragedia produce purificazione (katarsis) nello spettatore mediante pietà e terrore (eleos skai phobos). Quel che accade a Edipo potrebbe accadere a ciascuno di noi, sempre, in ogni momento. A differenza della storia, da cui non si apprende perché ci racconta quel che fece Alcibiade, Pericle o altri, e ci presenta una serie di eventi caotici, unici e irripetibili.

Nel Lakete (Platone) il coraggio è virtù maschile, si mostra sul campo di battaglia. Il coraggio non è temerarietà che è priva di ragione (fronesis): il temerario è più simile al pazzo. Il coraggioso agisce nonostante la paura, valutando le cose come realmente sono. “Il coraggioso prova molte e grandi paure e tuttavia agisce nonostante le paure”.

Il thauma (meraviglia) è comunemente avvertito come un sentire positivo, davanti al bello, al mirabile. Meglio renderlo con un termine preso da Benjamin: shock, urto. Socrate nel dialogo affascina come la piatta torpedine che finisce poi a elettrizzare e mettere in difficoltà. “Per gli dei, o Socrate, mi meraviglio per cosa possono essere queste tue visioni. Guardandole intensamente io soffro le vertigini” (Teeteto). Non sono tranquillizzanti le parole filosofiche ma danno un senso di vertigine e smarrimento.

La filosofia mostra un mondo capovolto (Hegel) e restituisce alla discussione critica ciò che appare assodato. Il filosofo, come in un campo di battaglia, non si fa vincere dalla paura ma ha il coraggio della verità (der Mut der Wahrheit). Contrariamente ai seguaci della pubblica opinione i filosofi sono amanti della meraviglia e non si accontentano della normalità di ciò che capita, mentre l’abitudine rende indifferenti come il becchino che fischietta mentre seppellisce (Amleto). “La presenza delle cose non giustifica la ragion d’essere” e il filosofo chiede spiegazione.

“L’essenza dell’universo non resiste al coraggio che vuol conoscere”. Ulisse sprona i compagni a procedere davanti alle colonne d’Ercole: “considerate la vostra semenza/ fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza” (Inferno XXVI).

Nel mito della caverna (Platone, Repubblica) l’incatenato una volta libero s’incammina verso l’uscita. La salita, che è via al conoscere, è faticosa. Deve vincere paure e dolore, anche la luce solare abbacina e fa male. “Per intraprendere cose belle giusto soffrire qualsiasi cosa ci tocchi”. La paura attanaglia il tiranno che è senza legge (nomos) essendo lui la legge: così Platone dice di Dionisio di Siracusa che vede circondato da guardie armate. Il filosofo è a metà (metaxu) tra mortale e divino, sempre in movimento per sapere. Il governo dovrebbe appartenere ai filosofi ma i loro progetti sono fallimentari.

E oggi, in una società dalla paura strisciante? Prima dell’89 si parlava di tempo di passioni tristi, di assenza di speranza, di tramonto della modernità. Oggi si parla di epoca dell’eterno presente, fine della storia, desertificazione dell’avvenire, se non di potenziale catastrofe. Viene a mancare il coraggio della verità? Il filosofo rischia di ridursi a gatekeeper (custode del cancello), amministratore della caverna, rinunciando al fuori?  Si limita a trasmettere senza discutere? C’è paura del sapere, c’è aria di complottismo, sospetto di cattivi maestri. Invece c’è bisogno che torni la meraviglia al centro della nostra vita


Sintesi di Mauro Malighetti della lezione del filosofo Diego Fusaro all’Auditorium del Liceo Mascheroni di Bergamo (30 novembre 2021) nell’ambito della programmazione di Noesis


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