C’era l’idea di rivedere la Presolana vicina. Ma aveva il cappello di nuvole e il cappello ha tenuto. Qui si vedono le spaccature della parete e qualche guglia. I pini accompagnano ancora per un tratto il sentiero e paiono una processione che si allunga dopo la sosta. Si rimpiccioliscono, irriconoscibili nei giganti che si incontravano in partenza.

Diradati e solitari scompaiono lasciando campo alle lingue dei ghiaioni. Il verde resiste e sale, come per avvolgere il gigante mentre le nubi in vapore giocano a farlo scomparire e riapparire. In basso era il belare delle pecore, in crescendo, come protesta ai comandi del pastore che le obbligava a spostarsi. Quassù risuona qualche rintocco di campana che le mucche muovono spostandosi alla ricerca di pascoli più alti, godendo della calda estate e dell’erba tenera che trovano ancora.

L’ultima volta che, in gruppo, arrivai in cima alla Presolana, tra la nebbia che ci aveva raggiunto avevamo perso la traccia del sentiero. Poco sopra la Grotta dei pagani, prima di arrivare in cresta e puntare alla vetta. Bisognava stare vicini alla roccia e girare sulla destra. Il primo tirò dritto e non era inesperto. Non c’era Gps. Frequentando la stessa compagnia, si imparava dagli altri. Nello zaino il minimo indispensabile, si predicava. Poi chi vantava qualche novità: il coltellino svizUna Presolana da amare a tutte le etàzero, il cordino, la tavoletta di cioccolato, la candelina, il thermos con caffè e grappa, il filo di ferro, i guanti, gli occhiali da sole, il cappellino di lana, l’ombrellino.

Ci fu un periodo in cui sembrava d’obbligo il siero antivipera, finché qualche saggio fece presente che poteva causare più problemi di quel che risolveva. E fu un sollievo anche per lo zaino da portare. Bastava che uno l’avesse per tutti. Così avevamo il patito di cartine e bussola, quello del moschettone, quello che aveva fatto il corso di roccia e teneva sempre la corda nel caso di passaggi difficili, chi aveva il piccolo binocolo per avvistare rapaci o camosci, chi il disinfettante – i cerotti erano d’obbligo – per le escoriazioni, l’amico farmacista portava le pillole per disinfettare l’acqua. Per la crema protettiva si contava sulle donne.

La montagna della mia prima età è stata il Resegone. Il primo rifugio, la Capanna Monza, da lì alla croce. A mangiare ci si disperdeva qua è là, su roccette e sporgenze. Un aprile il canalone che portava sotto il rifugio Azzoni era pieno di neve. Fu una festa, una gara spericolata a lasciarsi scivolare con mantelle o giacche a vento sotto il sedere, sfiorando le rocce ai lati e saltando su qualche rilievo. Roba da spericolati incoscienti. Il gioco si interruppe presto allorché uno di noi si grattò ben bene, pantaloni e quel che c’era sotto.

Oggi, il percorso alla Baita Cassinelli è stato facile, adatto a tutti, a chi sentiva gli acciacchi dell’artrosi come me, e ai bambini che senza particolari incitamenti arrivavano con il bastoncino e la mascherina al braccio e fiato bastante per l’ultimo sbuffo: ”… di già?”. Si vedeva che avevano in corpo le restrizioni del coronavirus. Tanta gente insomma, ma con la voglia che abbiamo di ricuperare ci è sembrata ancora poca.

Print Friendly, PDF & Email

Tagged in: