La visita al Carmine, nel giorno di Sant’Agata; e sulle tracce della Chiesa alla Santa martire dedicata. “Questa chiesa infatti, conferma una signora, ha per titolo Chiesa di S. Agata nel Carmine”. Eppure erano due le chiese, come è evidente entrando nel Vicolo Sant’Agata e poi svoltando al “Circolino”. Guardando in alto si vede l’abside che sporge e il campanile che la sovrasta, mentre se vi girate da dove siete venuti si profila la grande Chiesa del Carmine.  “Io sono cresciuta in Città alta, abitavo nella piazza del Mercato del fieno prima di arrivare al Convento S. Francesco. Il giorno di S. Agata non manco di passare per una visita e ci porto pure i fiori. Era la mia parrocchia”.  Oggi ormai unica la parrocchia di Città alta, la Parrocchia di Sant’Alessandro.

 Nella Chiesa del Carmelo si insediarono alla fine del Quattrocento i Carmelitani con il loro convento. L’ordine religioso era nato in pieno Medioevo da un’anima contemplativa ma gli occhi rivolti ad un mondo in movimento, con le città protagoniste di nuovi ricchi e nuovi poveri. Poco dopo in un’area attigua arrivarono i Teatini che officiavano nella Chiesa di Sant’Agata. Anche loro si occupavano, oltre che di pregare, di assistere appestati o vagabondi, vedove o carcerati, e soprattutto di predicare e istruire. I teatini nascevano nel momento in cui la Chiesa cattolica si trovava in difficoltà per la divisione del Protestantesimo. La Riforma era alle porte e rischiava di dilagare. Ambedue gli ordini operarono e lasciarono il segno sulla città quando il cuore batteva lì in Città alta. Fino al dissesto della Rivoluzione francese quando Napoleone sciolse i rispettivi ordini, ne incamerò i beni e pose le basi di strutture civiche più moderne. Il complesso fu trasformato in carcere, le Carceri di Sant’Agata.

Ricordo benissimo il carcere. Pensi che io e un’amica volevamo vederlo, parlo degli anni Sessanta. All’imbocco del vicolo ci ferma la guardia: Dove andate? No care! non si può, perché se dentro entrate dentro restate”. “Finirai a Sant’Agata” ammonivano i genitori di figli irrequieti; oppure, quando il patatrac era successo, “l’hanno portato a Sant’Agata”.

Ho anch’io un ricordo. Si andava passeggiando il pomeriggio, per una boccata d’aria prima di immergerci nei compiti di greco e latino. Ogni giorno una meta diversa, tra cui la Boccola. Scendevamo a tre a tre – in due si rischiava l’amicizia particolare – con il nostro cappello a falda larga. Incrociando la viuzza di via del Vagine, la via che passava dietro il carcere, l’occhio correva a qualche donna con il naso all’insù a parlare. C’era il parente detenuto alla finestra con le sbarre. Cercavano di prolungare i ristretti tempi del parlatorio. 

In un altare laterale un dipinto di Enea Salmeggia (1620), la Madonna che dona lo scapolare a S. Simone Stock, il riformatore dei Carmelitani. Un quadretto di stoffa da mettere al collo, un segno di protezione e intercessione (sub tuum praesidium, “sotto la tua protezione”, si cantava). Maria non più nell’ieratica figura di Madre di Dio, ma un’affettuosa mamma che si prende cura. Teneva nel comò della stanza quella fascia nera, nascosta sotto le lenzuola, mia mamma. Me lo fece indossare, portandomi a Somasca, “per farmi benedire”, al Santuario di San Gerolamo Emiliani: preoccupavano gli attacchi di tosse, le febbri, i miei deboli polmoni. Allora c’era lo spettro della tubercolosi. Agata, dal greco agazòs, significa buona. Nella preghiera alla Santa si dice tra l’altro: ”fa che otteniamo per i tuoi meriti il trionfo sulle nostre passioni e sugli assalti del male”. Di questi tempi poi.


La rubrica è diventata un libro

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