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Alessandro Ceroni

È stata una partita orchestrata sullo spartito d’eccezione e per noi fu dolce musica: dopo quel 5 luglio 1982, Italia-Brasile 3-2 al Mundial spagnolo, si scriveranno Fiumi di parole per Una splendida giornata passando da un RossiVasco a un RossiPaolo, in attesa della Domenica bestiale, che sarà l’11 luglio: il senso del possesso che fu prealessandrino applicato al futebol bailado dei brasiliani salutato dal cuccuruccucu paloma cantato dai calciatori italiani durante i trasferimenti: ma che musica maestro!

Il jazz del Vecio Bearzot cresciuto a studi umanistici, Toro e Paròn (Rocco) contro il samba di O Mestre (Il Maestro) Telè Santana, una partita bellissima in cui il pareggio non basta a nessuna delle due squadre, perchè l’Italia deve vincere, il Brasile vuole vincere. Chi c’era non la dimenticherà più, la partita dell’improbabile e dell’impossibile, il tecnico e la Nazionale più avversati di sempre, “l’armata Brancazot”, “la banda Ridolini” e la storia di un centravanti fermo da due anni e scaricato da tutti tranne che dal Vecio Bearzot, un Paolo Rossi che fino ad allora incespica tra le margherite senza la forza di rialzarsi, e quel giorno con tre gol trasforma l’angusto e vecchio Sarrià di Barcellona nella Sagrada Familia italiana, nel suo tempio laico di Resurrezione per portare un’intera nazione in Paradiso.

Tutta la stampa italiana (tranne Tuttosport e il Guerino Sportivo) con la coda tra le gambe e ammutolita dal silenzio stampa dei giocatori e dalla loro splendida catarsi, a cominciare dal Gioanbrerafucarlo, l’Arcimatto catenacciaro e storico antiriveriano. Mille risvolti di una partita che ha fatto storia e letteratura, in un mondiale in cui per la prima volta partecipano tutti i continenti (memorabile lo sceicco del Kuwait che scese un campo per fare annullare una rete del galletto Giresse, ora comandano loro….), e in cui han cominciato a girare fiumi di soldi dei diritti della televisione, dello sfruttamento delle immagini e delle sponsorizzazioni, Adolf (Adi) Dassler non c’è più, ma il figlio Horst guida l’azienda a tre strisce bianche che fornisce le scarpe, le maglie, il pallone -il primo plastificato- tutto: Falcao contro l’Italia usa scarpe nere artigianali per un dolore ai piedi, gli dipingono le tre strisce bianche che deve avere per contratto, nessuno se ne accorge, non ci sono le inquadrature fino alle tonsille come oggi.

Da una parte il quadrato magico brasilero (Falcao, Cerezo, Socrates, Zico) dall’altra il “tropicalismo italico” di Conti e Causio, artisti in coppia come gli originali Andrade, di cui cantò la parentela anche Faber. Collovati su Serginho (la testa calda insieme ad Eder), gioca perché non c’è Careca, forse è il meno dotato tecnicamente ma spalle alla porta deve fare da sponda agli inserimenti del quadrato magico. Infatti per il Brasile segnano Socrates O Doutor, il Dottore, un Padre della Patria, uno che in tempo di dittatura militare ha portato all’autogestione democratica la squadra del Corinthians, portandola alla vittoria del campionato: con la scritta Democracia Corinthiana sulle maglie e le sue interviste ha portato la democrazia (parola vietata) in campo, nella gestione della squadra, non è più solo calcio, è una rivoluzione: “Io parlo per 90 minuti.

Il resto del tempo preferisco ascoltare”, il suo futuro lo sognava nella medicina sociale, personaggio meraviglioso mancato troppo presto. E poi segna il romanista Falcao: Serginho Chulapa quella partita passa ingiustamente allo storia come capro espiatorio, con un suffisso -pa di troppo rende onore al suo cognome, a differenza di Gentile che asfissia e stringe in abbracci letali il divino Zico, fino a strappargli la maglia in un’immagine passata alla storia, simbolo di una partita, di un mundial epico, di un’epopea.

Paolo Rossi e l’Italia colgono la Grande Occasione, il Brasile no, ha la spigola bellissima a portata di tiro, ma la sbaglia, è la Grande Occasione Mancata, è Ferito a Morte come il Massimo de Luca del grande Raffaele La Capria, morto recentemente in vista dei 100 anni, un altro da ricordare. C’è anche il tempo per consegnare l’Oscar alla carriera a Dino Zoff, nell’82 quarant’anni di portiere, che all’ultimo minuto della partita para, all’intersezione della riga di porta col palo, un colpo di testa di Oscar, che esulta insieme agli altri brasiliani, ma l’arbitro Klein, ben appostato, dice che non è gol. Con quel balzo cancella le critiche all’età e ai quattro siluri contro Olanda e Brasile di quattro anni prima.

L’arbitro Klein è un’altra storia nella storia, un ebreo israeliano scampato alla Shoah ma non ai pregiudizi e alla geopolitica, ha arbitrato nel 70 ma non nel 74 per quanto avvenuto nelle Olimpiadi di Monaco con Settembre Nero, nel 78 ha arbitrato Italia-Argentina 1-0, quindi il regime argentino per la finale non lo vuole, anzi vuole una sorta di risarcimento italiano, ci penserà Gonella. Nell’82 sembra il suo mondiale, ma poco prima dell’inizio Israele invade il Libano per ritorsione all’uccisione del suo ambasciatore, e il figlio Amith parte per il fronte. Ad Artemio Franchi dice che non se la sente di arbitrare, ma l’italiano Presidente UEFA, Vicepresidente Fifa e presidente della Commissione Arbitri (che ne dite, poca roba) lo convince a restare, accetterà solo quando (il giorno di Italia-Perù) il figlio Amith gli scrive dicendogli che vuole vederlo arbitrare.

In tribuna un parterre de roi della letteratura, per noi ci sono Mario Soldati, Oreste del Buono, il Gioan Brera e Giovanni Arpino: quest’ultimo, già vincitore di uno Strega e un Campiello, è l’unico a difendere Bearzot e la squadra dalle” brerate contro il bradipsichico Bearzot”, per contro, il Gioan Brera, bravo ma bravosololui, scrive che “Gli articoli di Arpino sono come la pisciatina di un cocker”. Con loro, compagno di girone e di penna fino alla fine, il peruviano Mario Vargas Llosa, futuro Nobel, uno che passa tranquillamente da Sartre e Camus a Barbadillo e Uribe.

Alla fine della partita, sulla scaletta al rientro negli spogliatoi, Zoff bacia sul collo Bearzot: un incredibile, pubblico gesto di tenerezza e amore tra due furlani, con Zoff talmente pudico che in pubblico non avrebbe mai fatto una tenerezza nemmeno alla moglie. Potere del calcio (e dello sport) vissuto in un certo modo e con certi valori. A proposito, in quel Mundial il Vecio Bearzot, come detto, non parlava con i giornalisti, però quando gli si presentò un giovane cronista, migrante di ritorno, di nome Darwin Pastorin, rispose “Per Darwin e Freud ci sono sempre”: grande Vecio, grande calcio, grande nostalgia. Ultimissima: di quel Sarrià volevano farne un museo per conservare la memoria di un calcio che non fu solo calcio: quindici anni dopo l’hanno demolito per farne un centro commerciale. Amen.

A tutti quelli che dicono che lo sport è un mondo a sè, che non c’entra con gli altri aspetti della vita.

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