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Mauro Malighetti

Siamo venuti a Pisogne in una giornata piovosa, un sollievo di questa tarda primavera siccitosa. Il bello tornerà nel pomeriggio e dal lungolago di Marone, per un gelato, potremo ammirare la sponda bergamasca.

Abbiamo visto gli affreschi del Romanino, pittore bresciano all’opera tra Milano e Venezia. Piacque a Pasolini. Le sue facce assomigliano ai protagonisti dei suoi film presi dalle borgate romane. Non per i corpi. Il Romanino mette corpi, braccia, gambe possenti, pieni di energia. La chiesa fu definita Cappella Sistina dei poveri. Fu la sua una nuova maniera di dipingere il sacro. Quel Gesù carico della croce ci guarda e muove a compassione. C’è il tu dell’individuo moderno. Val la pena rivedere la sua Assunzione di Maria nella Chiesa di Sant’Alessandro in Colonna restaurata pochi anni fa.

Gli affreschi sopravvissuti alle ingiurie del tempo, felici macchie di colore sull’intonaco bianco, aspettano con la porta aperta il visitatore.

La pioggia ci fa riparare per un caffè nel bar accanto, prezioso sorvegliante della chiesa fuori mano. C’è gente e sento parlare di persone migrate, brandelli di vita del paese e del passato. Come uno capitato per caso mi faccio spiegare delle frazioni più in alto, della strada che sale al Palot, agli impianti di sci, fin sotto il Monte Guglielmo e il Corno, la montagna che qualcuno ritrova nei quadri di Leonardo.Mi parlano della Via Valeriana, antica via del lago che veniva da Brescia e portava in Valcamonica. Sistemata e attrezzata, non costeggia il Sebino ma sale per ridiscendere a Zone, il paese delle piramidi di agglomerati rocciosi che si innalzano come lingue e che hanno un pietrone a cappello.

Una signora mi dice che è venuta da Lovere, “dall’altra parte”, e qui si è accasata. Gli uomini trovano lavoro vicino, nelle grosse fabbriche della Iseo Serrature, Simi, Comisa, Tenaris. C’è anche, dopo le Medie la scuola tecnica, il Tessara, ora istituto a indirizzo turistico con il nome di una famiglia del ferro camuno.

Il cielo di nuvole rabbuia la pur ariosa Chiesa parrocchiale portata a compimento quando Venezia ormai non c’era più. Grande, maestosa, con affreschi ottocenteschi sulla volta, come l’Assunzione di Maria, a cui la chiesa è dedicata, del mantovano Felice Campi. A una donna che ha acceso il suo lumino chiediamo del Santo dell’urna, a metà navata, vestito da legionario romano: “Sant’Alessandro?” “No! è San Costanzo, – anche lui della stessa leggendaria Legione Tebeae l’abbiamo appena festeggiato”.

Dal sagrato si scende nel vecchio borgo. Lo spazio si allarga. Da una parte e dall’altra ci sono porticati, con localini che, immagino, saranno attrazioni per la gioventù dei paesi circostanti adesso con la bella stagione. Sulla Piazza del mercato c’è la Torre dell’orologio un tempo sede del gastaldo vescovile e dove ancora nel Cinquecento, senza tanti complimenti, si mettevano alla berlina debitori insolventi e si bruciavano streghe. Oltre la ferrovia si è sul lungolago. Si ferma il treno ma scarica poche persone.  Deserto è il molo con vele e motoscafi a riposo. La quiete risalta per chi come noi è venuto dalla più movimentata Lovere. Qualche oca è accucciata sui sassi, la testa confusa tra le piume. Il viale di pini marittimi protegge dalla pioggerella. Vi passa la ciclabile tra ferrovia e lago e va fino a Toline, “ma tutta la sponda, mi assicurano, lo diventerà”.

Alcuni operai si affrettano al ristorante per la pausa di lavoro. Li seguiamo. Ci fanno accomodare al piano di sopra, davanti alla finestra che guarda il lago. La sala si riempie presto come presto si svuoterà: sono muratori, artigiani, impiegati, a gruppi, in coppia, soli, chi chiacchiera e chi sta muto, piegato sul cellulare, chi in chat con mamma o amico e non la smette più.

La temperatura è gradevole. Ripercorriamo il molo quando attracca il traghetto. Scendono gli studenti di ritorna da Lovere. Non si attardano, non chiacchierano, non scherzano o perdono tempo. Si salutano e dividono per il pranzo che aspetta.

C’è tempo per passare dal parco che ci hanno raccomandato. Sul fianco della Chiesa troviamo l’entrata principale dove c’è tutta l’attrezzatura e lo spazio per rinfreschi e intrattenimenti. Incrociamo un uomo che ci spiega dell’antica pieve, la Chiesa di S. Maria in Silvis, con gli affreschi di Pietro da Cemmo. La troveremo appena usciti dall’altra parte per vederla solo dall’esterno.

Un po’ fuori mano per noi che veniamo da Bergamo, ai piedi della Valle del Trobiolo, con un passato di contese e commerci, Pisogne non sarà attore protagonista del Lago d’Iseo ma ha le carte per attrarre e appagare curiosi e gaudenti.


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