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Mauro Malighetti

L’obbiettivo era visitare Venezia. Ci siamo appoggiati a Noventa di Piave; facile poi raggiungere la città lagunare. Dopo Noventa c’è San Donà di Piave dove si lascia la macchina, davanti alla stazione dall’inconfondibile architettura. C’è un treno ogni mezz’ora che porta alla Stazione di Santa Lucia, sul Canal Grande.

L’albergo di Noventa è davanti alla Parrocchiale di San Mauro con l’imponente campanile, “secondo in altezza dopo quello di San Marco” così mi assicura la coppia di anziani all’atrio della chiesa, dove ci siamo rifugiati sotto la minaccia di un temporale. Alla messa eravamo gli unici, persi nell’immensa navata con il celebrante che declamava letture e preghiere come davanti alla platea gremita. Fatto l’elogio della chiesa la signora aggiunge: “Non avete visto il nostro fiume patriottico?” “Il Piave, intende, ma dov’è?” “A pochi passi”.

L’ho visto la mattina seguente: una scaletta per salire sulla golena, un prato e, attraversata la barriera di salici e robinie, la stradetta al fiume. C’è un approdo per barche e il Piave che placido scorre prima di arrivare al mare. Divideva con il Livenza Austria e Italia, oggi si può dire il Friuli dal Veneto. Fumi di vapore salgono dall’acqua, un luccichio in dissolvenza ai raggi del sole mattutino.

 Non c’è punto che non sia stato teatro di guerra, di scontri, di trincee, di perlustrazioni e imboscate. La guerra si svolgeva da sponda a sponda, qualche decina di metri di distanza, con la paura dei cecchini, il quotidiano spettacolo di cadaveri trascinati dalla corrente, gli improvvisati ponti di barche, le rischiose esplorazioni notturne, l’ansia di mariti di qua che ad ogni colpo di cannone temevano che si colpisse parenti di là. Il fronte rimase fermo un anno, a partire dal 24 ottobre 1917 quando in una settimana austriaci e tedeschi avevano sfondato e inghiottito il Friuli, pensando di fermarsi a Milano. Invece sul Piave ci fu lo sbarramento e l’Italia tenne, come ricorda il Ponte della Vittoria di San Donà.

All’uscita dalla Stazione S. Lucia percorriamo il sestiere Cannaregio, diretti al Ghetto. Incontriamo file allegre e ordinate di bambini con genitori e maestre. Sentiamo discorrere e salutare in veneziano. E’ facile per noi scambiare qualche parola con anziani che carrello alla mano vanno per la spesa. Sono all’opera i netturbini attrezzati di tricicli per la raccolta differenziata. Si muovono i barconi carichi di merce. Riforniscono negozi o muratori. Quasi tutti rumeni rifanno facciate o selciati. Proprietari e municipalità approfittano delle agevolazioni statali per ridare dignità ai decadenti muri scrostati e attaccati dall’umidità. I barconi si destreggiano tra le calli, come i tir tra vie anguste, rallentando, suonando, indietreggiando. Vicini a Rialto e a San Marco, quando le indicazioni si moltiplicano ad ogni angolo, ci incanaliamo nel flusso dei turisti lungamente attesi ed ora ben accolti in tale rigogliosa giornata estiva. La piazza davanti S. Marco è affollata e le code in attesa ci spingono oltre.

Puntiamo ai Giardini, alla ricerca di un sollievo, passando per la Riva degli Schiavoni, sgombra da grosse imbarcazioni. Fino a Via Garibaldi dove spira la brezza di mezzogiorno e ci sembra di riprendere il contatto con i residenti, per le viuzze laterali dai panni stesi da balcone all’altro. La Coop sta chiudendo per la pausa pranzo. Ci fermiamo in uno dei ristori spuntati fuori da ogni uscio. A gestione cinese e la premurosa signora che ci ha prontamente servito ci sorride ad ogni passaggio e chiede il parere per questo e per quello, anche sulla composizione floreale ricavata da un vecchio innaffiatoio di latta.

Invece un severo Garibaldi ci accoglie e scruta dall’alto di uno spuntone roccioso che sarebbe un’immaginaria Caprera, sul viale alberato per la Biennale.


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