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L’attualità di S. Agostino di Ippona

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Agostino di Ippona
Visione di S. Agostino (1502), Vittore Carpaccio, Scuola di San Giorgio degli Schiavoni (Venezia)

Il 28 agosto la Chiesa fa memoria di uno dei più degni uomini di tutti i tempi: S. Aurelio Agostino di Ippona. Ed è Santo, come a evidenziare l’essenza prima della sua personalità. Oggi si tende, quando lo si cita, a non dare questo appellativo, quasi fosse segno riduttivo, ritenuto un lembo della religiosità di sacrestie ammuffite. Vezzo dei laici autocertificatisi come detentori dell’unica verità. Come altrettanto inconcepibile il comportamento di quegli ecclesiastici estensori di articoli di giornale che si firmano senza il predicato “don”. Ora, se scrivono di contenuti di fede o di cronache parallele, non si capisce la ragione di tale nascondimento. Perciò o non sono convinti della loro identità o la nascondono per apparire più credibili, come ammesso e non concesso per i laici. Ma che verità è quella che sconfessa la propria verità? Il loro è un ministero non una professione. E l’esempio non viene dal basso. Su Letture del 2 settembre a pagina intera appare la pubblicità del libro fresco di stampa di Angelo Scola. Ma non è Vescovo e Cardinale?

LA BIOGRAFIA

Santo Aurelio Agostino dunque nacque a Tagaste, poco all’interno dell’Algeria attuale rispetto alla Tunisia, il 13 novembre del 354. Il padre pagano, la madre Monica, fervente cristiana, anche lei santa. Si reca a Cartagine per gli studi superiori di retorica. La sua formazione culturale si svolge nell’ambito prevalentemente della lingua latina. Cicerone è il suo maestro ideale, tanto che, dopo avere letto: l’ “Ortensio” in giovane età, si innamora e si converte alla filosofia. Insegna prima a Tagaste e poi a Cartagine, ma la vita insubordinata degli studenti lo allontana. S’imbarca per Roma, quindi raggiunge Milano e diventa il retore ufficiale della casa imperiale. Dal 384 al 386 vive una vita ideologicamente e religiosamente travagliata. Dopo aver udito le omelie (sermone sacro specie quello fatto dal Vescovo) di S. Ambrogio si converte al Cristianesimo e riparte per l’Africa nel 388. Qui vende i suoi beni e fonda una comunità religiosa e cresce in fama intellettuale e in considerazione di santità. L’anziano vescovo Valerio lo chiama a suo successore. Nonostante la sua radicale riluttanza al ministero episcopale, deve cedere alle acclamazioni della folla e diventa Vescovo di Ippona. Il lavoro maggiore consisterà nel combattere le eresie manichee, donatiste e pelagiane e scrivere le sue opere più importanti di filosofia, teologia e oggi diremmo di escatologia della storia, cioè del senso ultimo della storia. Sono più di cento le opere scritte e alcune di notevole vastità. Molte gli vengono sottratte e diffuse a sua insaputa prima di terminarle, raggiungendo i centri più noti di cultura dell’impero: Roma e Milano. Muore nel 430 mentre i Vandali assediavano la città. S. Agostino di ippona determinò una svolta decisiva nella storia della chiesa e del pensiero occidentale. Sarà il Grande Maestro dell’Occidente. Rappresenterà quella corrente teologico-cristiana detta Agostinismo. Ancora oggi è uno degli autori più studiati della storia del pensiero.

IL PENSIERO

Nella lettura dei Neoplatonici vi trova affermata e dimostrata “l’incorporeità e l’incorruttibilità di Dio”. Affronta dunque il problema del Male e della Libertà, del Tempo, della Storia e della Verità. Questi i principali temi. Diciamo per inciso che una delle novità apportate da S. Agostino di Ippona è la scoperta della Persona. Il termine indicava la maschera portata dagli attori per significare il personaggio che rappresentavano. Mentre per S. Agostino con Persona si specifica quest’uomo che è sostanza e relazione con se stessa e gli altri, identità (immutata attraverso le peripezie dell’esperienza), inseità (non può uscire da se stessa per quanti rapporti possa avere con atri). Dio è essenzialmente verità, dice Agostino. Quindi la verità fa apparire il dubbio e la certezza. Chi dubita è certo di dubitare e quindi ha una verità attraverso quel passaggio che sembrava il più debole.
Il Male non deriva da un principio che si oppone all’altro principio di Bene in un eterno conflitto. “E poiché Dio è l’Essere e tutto ciò che è discende da lui, tutto l’essere è bene e il male non esiste”. Ciò vuol dire che tutte le cose, in quanto sono, sono buone, sono cattive in base alle relazioni. Per esempio il veleno dello scorpione non fa male allo stesso, ma a chi è punto; lo stesso veleno inoltre può avere benefici in medicina. Le malattie, il dolore fisico non sono male in se stessi, ma derivano dalla limitazione del loro essere, da depotenziamento dell’essere. La solita accusa: perché Dio permette le malattie e la morte di bambini? (Naturalmente l’esempio è altamente emotivo e coinvolgente). L’argomentazione non cambia, perché la natura umana non è perfetta nell’essere o divina, ma segue le leggi di natura. Dio nella creazione (tanto per usare questa immagine biblica) ha dato inizio a un qualcosa diverso da sé, sebbene partecipato e pertanto necessariamente degradabile, nel senso che ogni creatura discende da grado in grado con tutti i limiti insiti. Diversamente significa generare da parte di Dio nella Teologia agostiniana, che vuol dire che Dio genera solo il Figlio. Il male morale, che è l’unico vero male dell’uomo, anch’esso “non ha realtà positiva”, ma è volontà dell’uomo che insegue le cose inferiori, invece d’innalzarsi alle superiori. E’ l’akrasìa, cioè la debolezza del volere.

DEL LIBERO ARBITRIO

S. Agostino di Ippona “distingue tra libertà propriamente detta, che è capacità di realizzare i nostri propositi, dal libero arbitrio, che è la facoltà di scegliere tra opzioni opposte, cioè tra bene e male. Cioè esso libero arbitrio entra in gioco nel momento della scelta”. “Dio ha creato l’uomo libero di scegliere perché possa decidere di compiere il bene”. E’ questa una delle opere più meditate, infatti sostiene che senza una reale autonomia noi non saremmo responsabili del male.Non potremmo peccare volendolo, né salvarci con pieno merito”.

IL TEMPO

Il concetto di tempo è intrigante e allo stesso tempo misterioso. Diceva S.Agostino: “Se mi chiedono cos’è il tempo non lo so, se non me lo chiedono lo so“. (Mi ricorda in una conferenza la sciocca battuta di Odifreddi: “ anch’io a scuola pensavo: se il professore me lo chiede non so, se non me lo chiede lo so”. Pensava di ottenere un applauso dal pubblico e invece ottenne solo qualche sorriso, come si conviene a tali freddure). Per dire che il tempo in questione non è quello degli orologi, che è una scansione dell’uomo regolata sul sole, ma è rispondere concettualmente a che cos’è. Noto infatti che le cose nascono e muoiono perché sono nel tempo, anche se non è il tempo che le fa deperire perché sono deperibili per sé, come dire hanno in sé stesse il tarlo della morte. Ma pensando al tempo vedo che mi sfugge in ogni momento: appena lo penso è già andato, come l’acqua inafferrabile del fiume ( Aristotele…). Allora cerco di immaginare il futuro, ma pur esso non esiste. Quindi ho coscienza che non è misurabile da sé. S. Agostino di Ippona risponde che la misura del tempo avviene nell’anima, infatti con la memoria si rende presente il passato, con la fantasia o attesa rendo presente il futuro e l’attenzione dell’adesso è il presente del presente. Il tempo dunque non è scandito dalle cose, ma è estensione dell’anima. ”Agostino ha così affermato per la prima volta la soggettività del tempo”.

LA STORIA

Questa soggettività del tempo non implica la storia, perché protagonista è Dio che opera mediante l’uomo (vedasi anche Giambattista Vico). Essa è la progressiva vittoria dello spirito sulla carne. Ma è nel tempo la drammatica storia della Città celeste che si oppone alla città terrena e i due campi non sono mai separati, ma si alternano. La distinzione sta invece nell’approccio con la storia, nell’atteggiamento di ognuna: “l’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio genera la città terrena; l’amore di Dio portato fino al disprezzo di sé genera la città celeste. Quella aspira alla gloria degli uomini, questa mette al di sopra di tutto la gloria di Dio testimoniato nella coscienza”.
Il De Civitate Dei è il capolavoro agostiniano che ha attraversato i secoli dell’uomo. La caduta della città di Roma del 24 agosto 410 per mano dei Visigoti lasciò sbigottito e smarrito l’impero romano. ”La luce del mondo si è spenta… la distruzione di una sola città ha distrutto il mondo”, scriveva S. Gerolamo. Ma questo drammatico evento indusse S. Agostino a riflettere sulla precarietà di “tutte le altezze terrene, instabili nella mobilità del tempo”. E’ la prima opera di filosofia della storia e la storia deve essere letta teleologicamente, cioè ha una fine. “Il della Città di Dio” è una colossale polemica nei confronti del passato imperiale. E’ un attacco frontale. L’Urbe è caduta, deve nascere una nuova polis e il tempo sarà espresso tra le due città, due modalità di essere: la città dell’uomo che è ricerca di sé nella città e la città di Dio che è amore del Signore e tra le due sempre vi sarà dialettica. In ambedue i casi però la molla è l’amore. Chi giudica e chi apparterrà a una delle due città? Solo il Signore. Il potere politico deve amministrare e assolvere le necessità sociali, senza guerre. L’autoritas religiosa deve lavorare per la conversione dei cittadini, perché ciò che conta è il fine ultimo: la tua salvezza. Io cittadino obbedisco al potere politico, ma non hai su di me alcuna auctoritas. E ciò travolge ogni concezione classica del potere politico. Ma c’è di più: il potere politico è rappresentante dei cittadini sì, ma deve essere anche mediatore tra i cittadini che sono figli=liberi in potenza a diventare figli di Dio. Infine, addirittura il cittadino rappresentato potrebbe giungere al livello del rappresentante politico e allora il rappresentante declina e scenderà a svolgere quelle funzioni meramente pratiche. Questo è l’aspetto del populismo: il rappresentato è vicino o sullo stesso piano del rappresentante. E’ la genesi delle due città, come detto, la cui soluzione sarà fuori del tempo.

LE CONFESSIONI

E’ l’opera forse più nota di S. Agostino di Ippona per il contenuto e l’originalità del genere letterario. Probabilmente inizia a scrivere l’opera nel 396 con l’intento di “confessarsi”, nel senso di farsi conoscere ai fedeli e per difendersi dalle insinuazioni dei Manichei. Ma l’opera va ben oltre, è il ritratto spirituale della sua anima, la storia di un’anima, scritta per l’umanità. E poiché la memoria è una delle facoltà dell’anima, “usa il magico potere dell’evocazione” nel considerare il bambino, il fanciullo, il giovane un candidato alla condizione umana. “E’ la conoscenza di sé nella scoperta progressiva dell’io fisico, dell’io morale, dell’io sociale”. Nella confessione delle colpe Agostino non vede solo la colpa, ma l’amore presente tra gli uomini e Dio. Dunque, smettiamola di descrivere la gioventù sua come un periodo rotto e corrotto da ogni amore sfrenato. Si è comportato come tutti i giovani del suo tempo, l’autoaccusa raggiunge toni talora sconcertanti perché coglie costernato la negatività del male). Egli cerca nel suo cuore le tracce del cammino verso Dio in un incessante colloquio. Nella ricerca della Verità ha incontrato Dio perché Essere è Bene e il bene la massima idea, cioè Dio, come diceva Platone. E la verità è la castità dello spirito. L’adesione alla Verità non è solo intellettuale, ma della volontà e dell’amore affettivo: è il linguaggio del cuore. Senza quest’ultimo passo rimane una verità fredda, cristallizzata. Egli sente l’amicizia in funzione della saggezza, della verità e della libertà e la collega con la carità. Scriverà a S.Gerolamo: “Piaccia a noi non solo la vicendevole carità, ma anche la libertà dell’amicizia”. Ed ecco l’inizio travolgente delle Confessioni: “Tu sei grande, o Signore, e molto degno di lode; grande la tua potenza, infinita la tua sapienza”. Io penso che da qui S. Francesco abbia preso ispirazione per il “Cantico delle creature”.

A conclusione, invitando i lettori a conoscere l’opera intera, cito il capo 33° del libro 13.

DA’ A NOI LA PACE
Signore Dio, dà a noi la pace.

Tu ci hai dato tutto,
dà a noi la pace del riposo,
la pace del sabato,
del sabato senza sera.
Però quest’ordine bellissimo
di cose molto buone,
raggiunto il suo termine,
dovrà passare:
invero fu fatto nelle cose mattino e sera.

Bibliografia: Maria Bettetini, Giovanni Catapano, Giuseppe Capello, Luigi Alici, Massimo Cacciari.



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