Il caldo ci spinge ad approfittare dell’oasi verde che abbiamo vicina. Sulla Dalmine-Almé sono in svolgimento lavori per il raddoppiamento della strada e obbligano ad aggiramenti. Se si getta lo sguardo sul materiale scavato ci si accorge del terreno ghiaioso dell’incessante lavorio di erosione del Brembo. Per avere l’idea della provenienza del ciottolame basta recarsi sulla riva del fiume a Mariano di Dalmine. A scopo didattico sono in mostra tipologie di sassi e indicata la provenienza, secondo la coloritura e la composizione.

La sensazione di imboccare la Valle si ha a Villa d’Almé. Un milione di anni fa arrivava il mare. Arrivavano le balene come testimonia una costola del cetaceo ritrovata e conservata nella Chiesa di San Giorgio ad Almenno, che i fedeli prendevano come un osso del drago ucciso dal Santo cavaliere. Da poco il Mediterraneo si era aperto uno sbocco sull’Atlantico allo Stretto di Gibilterra.

Altri lavori fervono a Zogno, attorno al tunnel. Rimasti a lungo fermi ora si parla di imminente apertura. Mi sovviene della piegatura della roccia a forma di W sulla montagna sovrastante. I vecchi ne prendevano spunto per raccontare ai bimbi di un enorme serpente che allo scoccare della mezzanotte volava sibilando attorno al campanile. La piegatura è detta Corna rossa, dalla coloritura della roccia calcarea. E’ il risultato di tremende spinte tra le due placche in avvicinamento, quella europea e quella africana, quando a periodiche sollevazioni seguivano sgretolamenti e smottamenti delle montagne fino al loro appiattimento in seguito a intense precipitazioni da clima equatoriale. All’incirca 30-40 milioni di anni fa. Legate al raffreddamento della terra invece erano le glaciazioni. L’ultima, 20mila anni fa, non oltrepassò San Giovanni Bianco.

Oggi la strada è una colonna interminabile di camion e macchine ma un tempo gli spostamenti avvenivano in alto dove erano i paesi. Nelle antiche mappe medievali si nominano Averara, Olmo, Dossena, Pianca, Endenna, Bracca, Stabello, Trafficanti. A San Giovanni Bianco si entra nella Val Taleggio come da una porta stretta tra due montagne, il Cancervo e il Sornadello.

La strada senza inerpicarsi si aggira tra gole rocciose, pendenti o scavate, come braccia di giganti che cercano il sostegno. L’acqua vi scorre spumeggiante rimbalzando o aggirando massi per accelerare la corsa in scivoli e rallentare in slarghi, e dopo la pausa un’altra rincorsa. E’ l’Orrido dell’Enna. La strada è continuamente allargata in seguito a frane, protetta da armature in continua lotta con le forze della natura.  Poi la valle si apre e si ha la sensazione di trovarsi in un mondo rallentato. Non si vedono capannoni, parcheggi d’auto, camion in manovra o gru rotanti. Le case vecchie si raccolgono in parte alla strada, poche le costruzioni aggiunte, qualche villetta di gusto neoclassico a ricordo di una villeggiatura da Milano. A noi che veniamo dalla città affascina il verde che si allarga e tutto copre, fondovalle e montagna, forse troppo, fino a dare fuori dell’abitato un senso di inquietudine.

Attorno ai tavolini del bar di Vedeseta c’è animazione, gente che scherza e saluta ad alta voce, voci di bimbi in ricreazione. Proseguiamo per la Valsassina, a volte incrociando moto o biciclette, oltre il Culmine di San Pietro. Ad una curva un capriolo sorpreso sul ciglio della boscaglia, si ritrae spaventato e scompare tra gli alberi. Verrebbe voglia di dirgli di non temere, di continuare indisturbato a brucare erba o fogliame. In fondo l’uomo è l’ultimo arrivato, solo da diecimila anni. Prima per lui era peggio perché qui si aggiravano orsi, lupi, cervi, leopardi, tigri, elefanti. In località Baiedo, comune di Pasturo, cerchiamo il ristorante. Ci indicano il Faggio rosso dal nome dell’albero oggi gradito in giardino per il suo colore la cui specie comune popola i nostri boschi ed era già diffusa al tempo dei dinosauri

Dalla Chiesa di Cortenuova guardiamo il fondovalle dove è posta la statua di Antonio Stoppani, il grande geologo dell’Ottocento. Fu lui che studiò rocce e fossili delle nostre montagne e la loro diversa conformazione. La roccia che vedo sull’altro fianco della valle è scura, rossastra, diversa da quella della Grigna che ho alle spalle, biancastra e calcarea.  Quella roccia, come tutta la parte alta delle Prealpi Orobiche, si formò in seguito alle intense effusioni di lava che caratterizzarono il lontano Paleozoico, 250 milioni di anni fa. Le montagne di media valle come il Cancervo o l’Alben, il Resegone o la Cornagera, l’Arera o la Presolana sono depositi marini di età posteriore. Un signore che vicino a me guarda dalla ringhiera mi fa notare i segni della frana che investì una parte del paese vent’anni fa, 1200 persone evacuate. Perché anche questo è la montagna.


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