Una robusta massaia d’altri tempi, instancabile lavoratrice e luminoso esempio di generosità e altruismo, sempre attenta e disponibile per la sua famiglia, in questi giorni è indaffarata nell’orto, anzi negli orti, perché, oltre a quello vicino a casa, ne cura almeno altri due, nei praticelli accanto alle rispettive stalle di Calsinù e su ai Càlf, che continua a frequentare, attratta da un irrefrenabile desiderio che la conduce verso la “casa delle mucche”, un ambiente assai caro e familiare sin dall’infanzia. Ha superato ormai da diversi anni l’età della pensione e, nonostante abbia definitivamente rinunciato a gestire in prima persona la sua piccola azienda zoo-casearia di montagna, ora passata a Francesco, il giovane nipote, continua nei lavori di sempre, immersa nella dimensione rurale, combattendo la sua battaglia quotidiana contro i dolori sempre più invadenti alle caviglie e alle ginocchia. Proprio come succedeva un tempo, con la trasmissione di abilità e competenze da padre o da madre in figlio, ma in questo caso saltando una generazione, la mia. Succede che, di tanto in tanto, una generazione si perda e si ponga in discontinuità con le esperienze precedenti.


Durante la fienagione 2018.

L’economia dei piccoli numeri

Ogni stalla disponeva, di norma nel prato accanto, di un piccolo orticello, con insalata e radicchi, patate e pomodori, aglio e cipolle, sedano e prezzemolo, cavoli e carote,… insomma quel tanto che bastava per soddisfare le esigenze alimentari dei familiari durante l’alpeggio, soprattutto nel corso della lunga stagione sui monti del Cèsco, suo marito, da giugno a novembre, al seguito di una pur modesta mandria di bruno-alpine. È l’economia dei piccoli numeri, costruita giorno dopo giorno in un contesto che non consente divagazioni. Proprio ieri pomeriggio, giunto ai Càlf con il trattore carico dell’ultimo fieno per i vitelli, ormai prossimi al primo alpeggio, la osservavo chinata, col fisico piegato a quarantacinque gradi e il volto rivolto a terra, nel suo orticello a circa mille metri di altitudine, intenta a piantà ài e caròtole. Il piccolo pianoro di montagna, sostenuto da una balza con muro di pietra, è bene ordinato, la terra opportunamente miscelata con letame maturo, zappata e rastrellata sino ad ottenere una superficie piana facilmente coltivabile. Il suolo di color nero assoluto – è l’effetto della gràsa!… – trasforma quel fazzoletto di terra in una lavagna, pronta ad accogliere il nuovo disegno della “creazione”, nell’atto generativo che si rinnova tutti gli anni, con infinta pazienza e tanto lavoro. Con la zappa tra le mani, la donna incide profondi solchi paralleli, entro i quali deposita, uno ad uno, gli spicchi d’aglio, collocati a debita distanza, leggermente conficcati in terra con l’azione di pressione del pollice, prima di ricoprire le diverse còle con i mucchietti di terriccio accantonati lì appresso.

La raccolta del fogliame per la lettiera delle mucche.

Un esempio di vita da documentare

Sarebbe certamente contraria alla “condanna dell’immagine” e, per quanto mi riguarda, sono consapevole di esercitare un po’ di violenza nei suoi confronti con questo scritto, ma simili esempi di vita devono essere documentati. Non si accorge che la sto osservando con estremo interesse, seguendo tutti i suoi movimenti, decisi e funzionali, e il desiderio di fissare quel momento mi porta a “rubarle” anche alcune fotografie. Il suo è un profondo atto di fiducia e di amore nei confronti della terra, consapevole che bisogna dare per ricevere. Lei ha soprattutto “dato”. Ma erano tutte così, un tempo, le donne di montagna, vocate al sacrificio per il benessere altrui. Oggi confida, in modo particolare, sulla pioggia, tanto attesa, data per imminente dagli esperti di meteorologia, prezioso elemento vitale in grado di sostenere la rinascita della natura, consentendole di raggiungere il suo pieno vigore. Tra pochi giorni pianterà anche còste e redécc, patate e segolòcc, fasöi e roàia, sèlem e pedersèm, érs… Per zöche, züchì e cocömer predisporrà ol zöchèr, ottenuto dall’accumulo di una significativa quantità di letame bèl fàcc, mentre per le piantine de pomàte ha riservato lo spazio migliore, più caldo e riparato dai venti, accanto al muretto di pietra, dove fisserà le piccole pianticelle ad alcune bròche conficcate nel terreno. La luna sarà sicuramente quella buona. Non può sbagliarsi! L’unica sua preoccupazione è che torni il freddo, per una brusca virata dell’inverno. A protezione della grandine, invece, sempre dannosa e improvvisa durante la bella stagione, in concomitanza di un temporale particolarmente violento, l’impalcatura de pài e pèrteghe è pronta per sostenere l’apposita rete di protezione ben distesa. Più situazioni avverse si riescono a prevedere, meglio è.

Un dialogo con la terra

Continuo ad osservarla attentamente, mentre con i suoi precisi movimenti di braccia e mani accarezza la terra e dialoga intensamente con essa, interloquendo direttamente, attraverso azioni concrete, con le forze misteriose di una natura amica, che si fa plasmare e accetta di essere manipolata in continuazione. Per proteggersi dai primi caldi raggi di sole, anticipatori della nuova stagione del maggengo, utilizza, quale copricapo, un fazzoletto bianco annodato ai quatto angoli, come un riparo improvvisato e di fortuna. In questo momento, lei e quell’orto sono un tutt’uno, un’unità ambientale inscindibile che dura e si tramanda da secoli. Entrambi, quella donna e il suo orticello, sono la primavera, simbolo di una rinnovata fertilità. Intravvedo in lei le sembianze di quella massaia così magistralmente documentata da Alfonso Modonesi in Valle Imagna negli anni Settanta del secolo scorso, mentre nell’orto, in mezzo al prato, è intenta a conficcare nel terreno e pèrteghe de fasöi: accanto sta il figlio, ancora bambino ma già in grado di apprendere antichi gesti. Quanto mi sembrano simili le due donne! L’una lo specchio dell’altra, nella ripetizione di gesti, azioni, sguardi, atteggiamenti di sempre. Con la medesima fede e tanta perseveranza, umiltà e coraggio senza eguali. Una fatica dopo l’altra, al seguito delle stagioni: dopo l’orto, tra poco ci sarà da fare il fieno, poi la raccolta del fogliame, quindi lo spargimento del letame,… Gli impegni incalzano sempre.

Il parallelo tra orto e vita

Quanta passione manifesta per il suo orto! Soprattutto quanta esperienza e quanti saperi stanno alla base della gestione di un “semplice” (ma tale solo all’apparenza) orto di montagna! Come pure quanta fatica e quante speranze! Mentre la massaia continua imperterrita nel suo lavoro, studio le sue azioni e mi lascio catturare da tanti pensieri. Una domanda incalza sulle altre: la nostra regiùra vive oggi con Cèsco, suo marito, mentre i sei figli hanno “messo su” le loro rispettive famiglie, in ambienti separati e autonomi. Dunque perché tanto lavoro nell’orto? Quali sono le motivazioni che stanno alla base di questa fatica? Oltre al controllo dell’economia familiare e delle proprie produzioni, per sapere sempre “cosa si mangia” (dice lei) e contenere i costi per l’acquisto di tali beni, penso che alla base ci sia un’irrefrenabile e quasi viscerale attrazione nei confronti dell’azione rigenerativa della terra, il desiderio di mantenere operante una relazione con l’ambiente circostante, l’adesione a una tradizione profondamente radicata nel suo vissuto personale, acquisita sin dall’infanzia, della quale non può fare a meno. Insomma, una grande passione. Non importa se, poi, i principali consumatori dei prodotti cresciuti nel suo orto sono i figli, ai quali quella donna è felicissima di offrire sacchetti e borse di erbe profumate, insieme a consigli per la consumazione. E’ l’amore per la propria famiglia la ragione prima e ultima del suo sacrificio, la massima aspirazione della generosa massaia. Perché, proprio in quella terra che l’ha vista nascere, nel catino dell’Imagna, e dove ha vissuto momenti felici e anche difficili dell’esistenza, essa continua a coltivare i suoi sentimenti. Utilizzando una parafrasi, l’orto coincide con la sua vita, ricca di continui germogli, attività e speranze che si rinnovano ogni anno, riproducendosi in continuazione. Senza sosta.

Nel suo orto

Una biografia di tanti sacrifici

È stata una vita non facile, la sua, conquistata giorno dopo giorno con tanto lavoro. Nel 1949, all’età di soli dieci anni, è già fuori casa, a fare la bagàia, presso la famiglia dell’Ambrös, nella contrada Cataiòch di Saiàcom: lì rimane sino a quattordici anni compiuti, quando Irma, sua sorella, la porta con sé a lavorare, quale inserviente, presso l’Istituto Merello, una colonia gestita dalle suore in provincia di Savona. Laggiù le sue condizioni di vita migliorano decisamente, mentre prima, come bagàia, non aveva mai pace e il lavoro incalzava dalla mattina presto sino alla sera tardi. Ambrogio era all’estero, quale boscaiolo, durante l’emigrazione stagionale, e nella vecchia casa rimaneva Piera, sua moglie, con la numerosa prole. Filomena, l’anziana regiùra, era sempre assai esigente. Ai lavori della casa si aggiungevano gli impegni per la cura dei tanti bambini da allevare e vestire, persino la guardianìa delle mucche al pascolo e nella stalla, nel governo delle sempre molte faccende dell’economia domestica e agricola. Durante i momenti di riposo, l’anziana donna della casa interveniva con atteggiamento di comando: – Prepàra portàt fò en dol pràt ü quach dèrei de rüt!… Besognàa übidì! Non c’era requie. Durante i quattro anni al servizio di quella famiglia, faceva solo brevi “fughe” nella sua casa di Recüdì, dove si fermava il tempo necessario per un veloce saluto ai genitori e alle sorelle, prima di ritornare ai molti impegni quotidiani nella famiglia “adottiva”. Una volta al mese, raggiungeva il papà, al quale consegnava la “paga” di seimila lire, ma questi un giorno la rimproverò, quando aveva trattenuto per sé quattromila lire per acquistare un nuovo paio di scarponi. Da Savona, dove è rimasta diversi anni a lavorare in colonia, quale inserviente, ritorna in Valle Imagna nel 1961 per sposarsi con Francesco, andando a vivere dapprima nella grande famiglia dol pòer Lüigì de Canìt, poi in un appartamento separato fò a la césa, nella grande casa costruita dal marito con i suoi fratelli, frutto soprattutto delle rimesse ottenute dal lavoro nei boschi della Svizzera. Qui ha trascorso la sua vita tra casa e stalla, vacche e pecora, stracchini e burro artigianali plasmati con le proprie mani, sempre tanto lavoro in prati, pascoli e boschi.

Il rapporto con la terra

Il fruttivendolo era solo per i ricchi

Tutte le famiglie, quassù, hanno sempre coltivato l’orto, come vedete anche più di uno, affidato il più delle volte alle cure delle donne. La terra e le donne sono state i due perni della famiglia rurale, cardini di unità e di forza di tutto il gruppo parentale. Non c’erano denari per acquistare frutta e verdura. Ol fretaröl era a disposizione solo per i sciòre. Carote, patate, cipolle, ràe rose, fagioli e piselli,… si conservavano in cantina nella sabbia, si trasformavano in “giardiniere” o si facevano seccare, perché durassero durante l’inverno. Tutti gli anni si piantavano pressoché le stesse cose, anzi una parte del raccolto veniva accantonato e finalizzato per la semina dell’anno successivo. A volte si acquistavano le sementi dal Somensìna, il venditore ambulante con la sua cassetta al collo. Nelle contrade abitate, gli spazi di prossimità attorno alla prima cerchia delle case erano tenuti a orto dalle famiglie del posto. Oggi molti di questi ambiti, come pure quasi tutti i campi terrazzati sui versanti, un tempo preziose aree “vanghive”, sono stati trasformati a prati stabili, poiché le coltivazioni danno troppo lavoro a quanti ormai non vivono più né di agricoltura, né di allevamento. Mi sono dilungato più del previsto lassù, ai Càlf, attratto dal lavoro nell’orto di quella donna. Il pomeriggio è ancora “lungo” e altri impegni attendono l’esecuzione. Rimonto sul trattore e mi dirigo a Pradicù, sul versante orientale di monte del villaggio, dove sono atteso da Francesco, mio figlio, per riordinare un macchinario agricolo. Mezz’ora di percorso trattorale su strade bianche e sconnesse, attraversando prati, contrade e boschi. Distribuiti qua e là, intravvedo uomini e donne intenti alla pulizia dei prati: mucchi di legna minuta, strame e rovi attendono di essere bruciati durante la prima giornata uggiosa. Ol Tàvo, col rastrello nelle mani, sta pettinando il suo orticello, livellandolo per bene, nel quale ha probabilmente appena ultimato una semina. A Pradicù, invece, Lino ha finito di piantare le patate nel prato davanti alla stalla, mentre più a valle, sol Custù, Dario, suo figlio, ha arato un appezzamento di terra, già lavorata a prato stabile, per la semina del mergòt, che poi farà macinare, da somministrare alle sue galline ovaiole ruspanti. Lì attorno sono in libera circolazione alcune manzette di Patrizio, le quali non possiedono il senso della proprietà e, di conseguenza, si muovono liberamente, anzi la loro connaturata curiosità le spinge ad avvicinarsi agli orti. Lino le fa correre con il rastrello, impugnato forte tra le mani, allontanandole dal suo orto, ma si convince subito che quel campo di patate lo dovrà al più presto proteggere. Oggi basta un semplice recinto elettrico, mentre un tempo il perimetro veniva delimitato da una cornice di rami e bròche conficcati nel terreno, come a formare un fortilizio, che impediva l’accesso persino ai cani domestici, che hanno la cattiva abitudine di alzare la gamba posteriore davanti alle pianticelle di pomodori o ai gabüs de érs.

Una preghiera al cielo

Al rientro, intravvedo ancora quella donna che sta pure rincasando. Durante la discesa dal monte, a bordo della sua piccola vettura ha transitato dinnanzi al capsànt, dove riposano i suoi cari, ai quali ha rivolto quasi sicuramente almeno due preghiere: la prima è riservata all’espiazione delle loro pene, mentre la seconda si traduce in una richiesta di intercessione presso “Signùr e Déo”, a beneficio del suo lavoro, per ottenere il pieno sviluppo della natura. Dimenticavo: quella donna si chiama Pierina. E’ la mia mamma

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Autore

Antonio Carminati

Direttore del Centro Studi Valle Imagna

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