La meraviglia si accompagna al dubbio. Non è solo emozione davanti ad uno spettacolo bello. E’ un’interrogazione (pròblema), un proiettile che ti viene addosso come è implicito nel termine greco bàllein.

Thàuma ha la stessa radice di theàomai che significa vedere, come nella parola “teoria” insieme di teòs (dio) e oràein (vedere) cioè “vedere il divino”, come in “uomo”, ànthropos, “colui che alza lo sguardo”.

Cosa vede l’uomo greco che alza lo sguardo da dove attende segni che regolano i molteplici aspetti della vita quotidiana? Vede i corpi celesti che regolarmente si muovono e ritornano, in perpetuo movimento e secondo la perfetta geometria circolare. Il cielo è regolato dall’ordine, una legge li governa e ciò rende possibile l’episteme, il conoscere, cioè la scienza e la filosofia. Guidato dal lògos l’uomo scopre la relazione tra i corpi, la fisica che vi è sottesa. I principi della ragione corrispondono all’ordine naturale. E’ motivo di meraviglia che quei corpi chiamati planetès (pianeti) cioè “erranti” in realtà non errano ma seguono un ordine. Il mondo è un kòsmos non un càos, argomenta Platone nei dialoghi Timeo ed Epinomide, testo poco letto.

Questo spinge l’uomo a conoscere il mondo, a comprenderlo, a misurarlo coi numeri (mathematèin). I numeri partecipano alla struttura della natura come già sosteneva Pitagora. Ciò che appare incommensurabile è misurabile. La natura è matematica.

La meraviglia si fa pàthos, emozione, non solo atto intellettuale ma qualcosa che muove, una volontà di interrogare e imparare.

Non c’è solo il cielo. Lo sguardo cade anche sulla terra, sulla molteplicità degli essenti, sui corpi imperfetti, sulle sostanze che cambiano, sulle vicende dei mortali. Si dà una convivenza di opposti, mortale e immortale, finito ed eterno, l’essere e il nulla.  C’è la meraviglia per l’eterno da cui nascono le matematiche, i principi immutabili dell’universo, e quella del nostro mondo, ciò che costituisce il mio e il tuo, mai fermo, che sempre cambia. Come convivono?

Torna la domanda delle domande, quella di Leibniz: perché qualcosa e non il nulla? Donde quel qualcosa che prima non c’era ed ora c’è? Ogni cosa nuova emerge dal nulla e fa problema. Dove eravamo noi che siamo e che pur vogliamo essere?

Questo è il problema angosciante (deinòs), il chiodo fisso della filosofia occidentale. Nella matematica non c’è tempo ma le cose (ousìai) sono nel tempo.

Le risposte sono state tante nella storia, una lotta di filosofie e teologie. Gli uomini muoiono ma cercano l’oltre, dice la religione. Lo stesso Leibniz parla di essenze possibili in Dio: tu sei un possibile in Dio il quale ha indicato te piuttosto che altri secondo una (sua) ragione.

La filosofia ha uno sguardo diverso dalla scienza che ha avuto scienziati filosofi. Da sempre ci interroghiamo. Abbiamo pensato all’anima, all’intelletto, allo Spirito, cercando di dire.

Di meraviglia in meraviglia, uno thàuma che può essere angosciante, tremendo, che costringe il pensiero a riconciliarsi con sé stesso e chiedere il perché e continuare a scavare, senza arrestarsi. Se si arresta, è sopra l’abisso.


Sintesi di Mauro Malighetti della lezione di Massimo Cacciari all’auditorium del Liceo Mascheroni di Bergamo (22 marzo 2022) nell’ambito della programmazione di Noesis


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