Così dei suoi luoghi scriveva il Parini:

Colli beati e placidi

che il vago Eupili mio,

cingete con dolcissimo

insensibil pendio,

dal bel rapirmi sento,

che natura vi diè,

ed esule contento/ a voi rivolgo il pié.

La casa di Giuseppe Parini è a Bosisio Alto. Si raggiunge per la ripida salita e entrando in uno cortile pavimentato di ciottoli e circondato da abitazioni disposte a rettangolo con un lato aperto, quello verso il lago. I tetti sono irregolarmente accostati or sopra or sotto oppure più arretrati o a sporgenza, buone per il riparo, qualche loggia e la soglia rettangolare delimitata da blocchi di pietra di serizzo tratto dalle cave vicine. Il cortile si illumina del caldo sole di giugno e dà un sapore di allegria e di felici ricordi. La casa, disposta su due piani, oggi trasformata in Museo, si distingue per l’intonaco rinnovato. La signora anziana che esce dalla porticina accanto mi dice che l’incaricata non c’è. Dentro è rimasta poca roba, semplici suppellettili delle famiglie di un tempo, e altro portato giù, nella scuola o in Comune.

Parini nacque nel 1729, il padre piccolo commerciante. Fu avviato agli studi a Milano con l’aiuto di una prozia che gli lasciò una rendita a patto che si avviasse alla carriera ecclesiastica. Ordinato sacerdote fu assunto come precettore in casa Serbelloni, una delle famiglie più in vista della città. Qui prese coscienza delle differenze sociali, della propria origine contadina o piccola borghese, ma lo confermò pure nella passione delle letture e nella sua vocazione di scrittore. Conobbe i cenacoli letterari e respirò il clima illuministico di Milano che significava sete di informazioni, riconoscimento dei progressi delle scienze, discussione attorno a idee libertarie, messa in discussione delle autorità tradizionali.

Trasse ispirazione per la sua opera che lo rese celebre, Il Giorno, in cui fustigò i vizi di certa nobiltà avida e prepotente, la banalità dei suoi riti quotidiani, l’inutile sfarzo che strideva con le fatiche della povera gente per sopravvivere. A Malgrate, dove volentieri si rifugiava in casa dell’amico Agudio – oggi sede del Municipio – compose parte dell’opera e nelle pause passeggiava sul lungo lago davanti a Lecco. Una lapide lo ricorda.

Nell’Accademia dei Trasformati, cenacolo delle idee illuministe, ebbe modo di incontrare Beccaria, i fratelli Verri, Baretti e altri letterati e liberi pensatori. Sposò i programmi di restaurazione della tradizione letteraria e di rinnovamento sociale. Fu direttore della Gazzetta di Milano e i suoi scritti parlano di salubrità dell’aria, del vaiolo, contro le esecuzioni pubbliche spettacolari, sull’usanza di castrare i fanciulli per il canto, sulla libertà della vita campestre, contro le crudeltà della guerra, sul valore del dialetto, sull’impostura e l’ignoranza, sull’importanza dell’educazione. Insegnò nel Ginnasio di Brera e divenne sovrintendente delle scuole pubbliche.

Era abate ma raramente si occupò di questioni religiose. La fede contò nella sua vita ma rimase un fatto personale e privato. Guardò con cauto ottimismo agli eventi della Rivoluzione francese ma si dissociò dalle intemperanze rivoluzionarie. Non si dolse del ritorno degli austriaci ma senza deporre il sospetto nei riguardi di fanatici austriacanti. Fu un uomo concreto, critico e costruttivo. Nei cambi di regime continuò sempre a interessarsi dell’utile pubblico. Rimase in lui la forte coscienza della propria dignità, come quando difese il maestro di musica schiaffeggiato dalla duchessa Serbelloni e perciò licenziato.

I ricordi scolastici mi riportano ad una delle felici Odi, La caduta in cui racconta della disavventura occorsagli nell’iniqua stagione. Per passo incerto o per avverso sasso si trovò in terra. La scena suscitò ilarità nel fanciullo ma una pietosa mano fu pronta a soccorrerlo. Il buon samaritano però non si accontentò del bel gesto. Si sentì in obbligo di consigliarlo, anzi rimproverarlo: ”Alla tua età, con la tua fama dovresti avere una vita più comoda, godere di una compagnia e di beni come fanno i Signori, basta adeguarsi, frequentare i salotti dei potenti e sfoderare le arti adulatorie”. E lui rispose: “E chi sei tu che sostieni questo corpo malandato e l’animo tenti prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto.

Fino all’ultimo attese all’insegnamento. Poeta voleva essere, per la poesia che rende l’uomo felice, poeta civico per una rinascita morale. Nelle prime prove si firmava Ripano Eupilino, il primo è l’anagramma di Parini, Eupili è il nome del lago secondo il naturalista latino Plinio. Sulla riva ci sono oggi ragazzi che scorrazzano in bicicletta e ragazze stese al sole. La scuola è finita. Speriamo che insegni ancora la lezione che il Parini ci dà.


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