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Mauro Malighetti

Siamo arrivati a Schilpario passando da Colere. La Chiesa dedicata a San Bartolomeo, l’Apostolo finito secondo la tradizione nel Caucaso e lì scuoiato e crocifisso, era parata per il Triduo dei morti (o delle Quarantore?).

Si tratta di un apparato ligneo dorato con una raggiera centrale e tante candele e candelabri disposti a scala, dietro il baldacchino di tendaggi che lo abbracciano, rossi in riferimento all’eucarestia. Maestoso e suggestivo è quello di Schilpario che ricorre nel periodo pasquale.

E’ un adattamento scenico in contesto religioso di una moda fiorita in età barocca. Si adattava alla villa come al teatro ricreando giochi di illusione e atmosfere mitologiche. Gli scenografi si servivano di getti d’acqua o rocce, fondali dipinti e giochi di luce per stupire e rallegrare. Qui la scenografia è a servizio della fede, suscita meraviglia e speranza di vita oltre la vita, dallo sconcerto della morte per una nuova comunanza di fede. L’uomo che era piegato quotidianamente alla fatica dei campi e della stalla, che costretto a guadagnarsi da vivere si infilava nel buio dei cunicoli della montagna, provava una sorte di incanto e stupore davanti alla luce che vince la tenebra. Come un cielo stellato, diceva Kant, che sempre più raramente, in un angolo buio di valle o di montagna, si spalanca davanti ai nostri occhi?

Ne parlava con entusiasmo il sagrista di Capo di Ponte – che nostalgia dei vecchi sagristi! – che abbiamo incrociato con il mazzo di chiavi in procinto di chiudere la chiesa a mezzogiorno, al ritorno a Bergamo attraverso il Passo del Vivione. Si riferiva alla stessa tradizione per la chiesa di Malonno, la vecchia chiesa sovrastante l’abitato, a lungo rimasta chiusa. Il castello del Triduo che lì si costruiva richiedeva tempo e gente pratica. L’accensione avveniva alla fine della messa. A luci spente, piano piano si accendevano le candele con un rituale preciso, in un andamento concentrico, a spirale. Fino alla raggera dove si riponeva l’ostensorio. Erano circa 500 candele: “e lo si fa ancora oggi, oh! s’intende, con tutte le garanzie di sicurezza e la presenza dei vigili del fuoco.” Il Triduo dei Morti era stato scolpito dai Fantoni. Ricordava con nostalgia della gente che conveniva in quella Chiesa dei Santi Giovita e Faustino, ognuna occupando un settore, “come per il ricomporsi di una comunità”.

A Schilpario la tradizione ricorre in periodo pasquale e l’apparecchio che si appresta è imponente. Oggi fuori della Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio da Padova ci sono sacchetti bianchi a simulare una trincea o un muretto protettivo con la scritta no war e for peace, un messaggio al fedele che entra, mentre a Natale si trattava di attraversare la capanna del presepio, Betlemme come il checkpoint del cristiano.

La mattina seguente è serena. L’albergatore approva l’idea di passare per il Vivione, “sconsigliato nel fine settimana”. Dopo un paio di chilometri passiamo accanto alla Miniera Gaffione, l’ultima di tante che ha resistito fino agli anni ’70. Miniere ce n’erano tante sparse per la valle. L’attività estrattiva era sempre stata praticata ancor prima dei Romani. Le montagne furono bucherellate. Il minerale per eccellenza era la pirite, il ferro. Tanto più che le guerre non mancavano. Ogni proprietario si organizzava. Si seguiva la vena, un lavoro di mazza e scalpello. Bisognava staccare il blocco, farlo uscire dalla galleria, togliere il superfluo, metterlo sulle slitte (strusì) e portarlo nel deposito a valle. Preparato e caricato il forno, si procedeva alla colata. Lo si lavorava poi nelle officine di Milano o di Venezia.

Qui come a Dossena o a Parre, in Valsassina in Val Trompia in Valcamonica. A certe temperature oltre i 1300 gradi con l’aggiunta di carbonio da legna bruciata o da boschi incendiati e fossilizzati, diventava ghisa, o acciaio. Vi partecipavano uomini, donne (taissine) e bambini. Il sistema di estrazione mutò nel tempo. Prima a mazza e scalpello, poi con ferri di punta lunga fino al compressore. Si cercava la vena in orizzontale, poi si preferì seguirla in verticale e servirsi delle precedenti gallerie per far uscire il materiale con muli o carrelli su rotaie. La tecnologia alleviò la fatica.

Oggi la natura ci offre ben altro spettacolo. Più si sale più si allarga la valle, alla sinistra il Cimon della Bagozza e il Camino, in lontananza esce allo scoperto la Presolana. La strada in prossimità del Passo si appiana. Una breve sosta per assaporare la frescura e la pace. Di tanto in tanto un’auto, una moto o un ciclista solitario. Due camminatori stanno progettando il percorso davanti al tabellone. I cartelli biancorossi girati in varie direzioni indicano luoghi e tempi di percorrenza. Dal ristoro qualche voce e una dolce musichetta di sottofondo.


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