Il “grumo” di case che l’ha costituito si è raccolto sulla strada per Milano all’incrocio per Lallio, a cui fu lungamente legata. Il paese agricolo era fatto di un paio di cascinali e qualche bottega. I preti che officiavano e amministravano beni e terreni dipendevano dalla Parrocchia di Sant’Alessandro, e prima ancora da quella di Pignolo. Parrocchia divenne nel 1610 aggregata a Lallio; invece parte del Municipio di Bergamo fu dal 1928.

Ho fatto qui il maestro negli anni ’80 e sentivo dai ragazzi parlare di quelli che abitavano in via Tadino, di case Fanfani, di quelli di via Morali, di chi veniva dalle case delle cooperative, oltre che della gente del Villaggio o di Lallio. Era la città che si allargava e arrivava qua con insediamenti progressivi, gente di fuori e da ogni dove. Era un fenomeno che dal Dopoguerra cambiava l’aspetto di frazioni poi chiamate rioni o quartieri.

La scuola elementare, da poco spostata nella nuova sede, assumeva forma di scuola a tempo pieno. Oggi è addirittura diventata Scuola Montessori. Lì, dai ragazzi, son venuto a conosce di una torre antica (medievale), di una cappella, detta della Morletta, per i morti di peste (1630), di due mulini (uno alla Chiesa e uno sulla strada principale) e di case appartate che, o per un cancello ricoperto da lamiera o per il muro di cinta, muovevano più facilmente la loro fantasia.

Grumello del Piano – per distinguerlo da altri Grumello – aveva la sua storia, fatta di edifici e anche di istituzioni; perché una comunità si accompagna con associazioni, sezioni, organizzazioni, rappresentanti, comitati o gruppi.  Così ho saputo della biblioteca, degli alpini, il circolo ARCI, la Polisportiva, il comitato di quartiere e ovviamente l’Oratorio e la Parrocchia.

La Chiesa fu originariamente dedicata al martire Vittore, soldato romano, morto nell’ultima persecuzione prima di Costantino. Uno stendardo ben collocato nell’atrio della Chiesa lo ritrae a cavallo con il vessillo della croce. Lui percorre questi luoghi – sullo sfondo città alta e la zona collinare – che secondo la leggenda lui aveva frequentato prima del martirio. Come Alessandro, faceva parte della Legione tebea, e il suo culto si impose nell’Alto Medioevo come per il patrono di Bergamo.

Al momento del rifacimento della vecchia Chiesa nella attuale (1861), su disegno dell’architetto Antonio Preda di Ponte San Pietro, si preferì titolarla anche a Maria Immacolata, più consono ai tempi. Erano gli anni delle apparizioni di Lourdes e poco dopo il Concilio Vaticano 1° avrebbe proclamato il dogma.

E’ una solenne aula a ottagono. “Assomiglia alla Chiesa delle Grazie” mi suggerisce qualcuno. Semicolonne di finto marmo sostengono i quattro archi della cupola a lucernario donde si propaga la luce: intensa al centro, attenuata in giochi di suggestive ombre nel resto, sacrifica però l’affresco centrale dell’altare, un’Ultima cena, rifacimento di quella di Leonardo, almeno per i nostri occhi abituati alle illuminazioni artificiali. Come per tutti gli affreschi della chiesa è fattura dei fratelli di Gavarno, Giovanbattista e Giuseppe Epis, gemelli di nascita e di arte, entrambi formatisi all’Accademia Carrara.

C’è un particolare gusto narrativo nelle loro pitture, come si evidenzia nel quadro della Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta. E’ l’evangelista Luca che racconta del viaggio di Maria verso la montagna. Sul far della sera finalmente giunge il momento. La notizia precede i visitatori ed Elisabetta si affretta ad incontrali. Scende il gradino di accesso e prende delicatamente la mano della cugina mentre con l’altra la cinge alla spalla grata di accoglierla, onorata della visita di colei che ha trovato grazia presso Dio. Altre mamme festanti partecipano. Ogni quadro è un dialogo tra la scena ritratta e lo spettatore. La ragazza ci guarda e indica con il dito: un invito per noi, fedeli o passanti frettolosi, a condividere la stessa gioia e la stessa fede.


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