Il preside Pacati Marco, dopo 16 anni di dirigenza all’Ipia Cesare Pesenti (Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato), da settembre va in pensione. A 66 anni ha raggiunto l’età massima consentita dalla legge per continuare a restare a scuola.

Le dispiace andarsene in pensione?
Molto.

Spontaneamente se ne andrebbe?
Assolutamente no. Sto bene, sono motivato e carico.

Più della metà dei seicento studenti  sono extracomunitari di una cinquantina di stati differenti.
E’ una scuola di frontiera. Non solo per una questione etnica ma anche per i curricula sofferti di chi chiede di entrare. Studenti con difficili dinamiche familiari alle spalle, spesso disillusi, sfiduciati, senza speranze nell’avvenire. Ragazzi che hanno provato a studiare in altre scuole e non sono riusciti a tenere il ritmo. Vengono al Pesenti con l’illusione che sia una scuola dove si studi di meno. Alcuni non esprimono nemmeno un’autentica vocazione per il settore meccanico oppure elettrico, indirizzi portati qui in via Ozanam. Premesse sconsolanti però generative di un miracolo laico di accoglienza e di opportunità.

Preside Pacati, partiamo dalle opportunità.
Il 79% dei nostri ragazzi trova un’occupazione entro tre mesi dalla fine del percorso didattico. Si tratta sempre di lavori incardinati nel nostro percorso di studio.

Non vanno a fare il pizzaiolo?
No… E tenga presente che non riusciamo a soddisfare le richieste delle aziende. Ci sono più posizioni aperte che studenti disponibili. Prima ancora di finire la scuola, i nostri studenti hanno colloqui di lavoro.

Dunque chi viene al Pesenti ha il posto garantito?
Senza dubbio, con un minimo di serietà e di impegno. Purtroppo paghiamo il pregiudizio di una scuola senza qualità. Una sorta di refugium peccatorum. Oggi le famiglie cercano ambienti iperprotetti con classi molto omogenee, dove non ci siano problemi di abbandono e di dispersione. Preferiscono esporre il figlio al fallimento occupazionale o con tempi lunghi (con una laurea se lavori prima dei 30 anni sei fortunato) piuttosto che affrontare un ambiente più eterogeneo dove però una persona si fa le ossa.

Qualcuno potrebbe scambiare la sua scuola per un centro per l’impiego?
Non esageriamo. Chiediamo alle aziende una collaborazione sul piano della formazione e della collaborazione. Solo a quel punto si aprono canali privilegiati di segnalazione degli studenti, sempre con l’obiettivo di dare un posto a tutti e non solo ai migliori.

Sul fronte dell’accoglienza cosa mi dice?
Le scadenze tassative previste dal Ministero per noi sono puramente virtuali. Le persone che conoscono il portale per finalizzare un’iscrizione oppure che hanno dimestichezza con internet sono una minoranza. Adesso siamo sui 70 nuovi iscritti. Riuscirei a formare tre classi prime. Poi, alla fine, in genere, abbiamo nove/dieci classi. Arrivano fuori tempo, fuori età, fuori regola. Ma d’altra parte non possiamo lasciare un ragazzo a piedi solo perché non ha compilato un form online. E’ un po’ il nostro credo, il nostro obiettivo di lavoro caratterizzato da un‘attenzione alla persona. Proviamo a recuperare gli svantaggi, proviamo a garantire una opportunità di reinserimento sociale, di realizzazione personale a tutti quelli che non hanno un comodo orizzonte predestinato. Al di là della retorica, preferisco giocarmi la faccia, ma salvare la gente piuttosto che spalmarmi di prestigio.

Preside Pacati, l’Ufficio scolastico territoriale cosa dice in proposito?
Conosce la situazione e si dimostra molto comprensivo ed elastico nella gestione dell’organico perché sa che se agissimo secondo un timer prefissato lasceremmo a casa 200 studenti.

E sareste anche costretti a chiudere baracca?
Chiuderemmo nel giro di pochi anni. Diciamo che accanto ad una motivazione sociale ed educativa se ne aggiunge una pragmatica.

Un record di studenti che trovano lavoro ma anche un picco di dispersione scolastica?
Mediamente in prima perdiamo il 30% degli studenti: i due terzi di questi non riusciamo ad ammetterli agli scrutini per l’elevato numero di assenze.

Preside Pacati che ne è di questi ragazzi?
Li perdiamo di vista. Possono trovare un lavoretto non qualificato, tornare in patria se sono stranieri, oppure, a volte, fanno una fine peggiore. Quindi è fondamentale tenerli a scuola, portarli al diploma.

E per chi si iscrive senza conoscere una parola di italiano?
Per i Nai (nuovi arrivati in Italia) è difficilissimo superare il primo anno. Comunque il problema linguistico non è così grave perché adesso sono molti gli stranieri di seconda e terza generazione che frequentano le nostre classi.

Il rapporto con i genitori?
Quasi nullo. Noi dobbiamo agire direttamente sui ragazzi. Nella maggioranza dei casi la famiglia non c’è oppure fa fatica. Tutto al contrario di quando ero vice preside al liceo “Mascheroni”. Lì qualche genitore era asfissiante: fenomeni di iperprotettività con un carico di attese sul proprio figlio. Se si fa una statistica sulla depressione sicuramente sono molto più depressi gli studenti dei licei che quelli del professionali. I nostri hanno altri problemi.

Il rapporto con i docenti?
Ho avuto uno staff di collaboratori molto validi e un collegio docenti che ci crede alla mission. Hanno un fortissimo senso di appartenenza: il 70% insegna qui da più di dieci anni.

Al di là dei luoghi comuni che circolano sulla sua scuola a livello nazionale siete un punto di riferimento?
Abbiamo vinto un sacco di premi, abbiamo ragazzi eccellenti, siamo scuola-polo nazionale per l’indirizzo manutenzione e assistenza tecnica.

Cosa significa?
Prepariamo gli insegnanti che vanno nelle altre scuole italiane con lo stesso nostro indirizzo.

Pagate i pregiudizi sul Pesenti anche dal punto di vista strutturale?
Mi auguro di no perché sarebbe scandaloso dal punto di vista etico che le istituzioni non fossero attente alla scuola semplicemente perché ha un’utenza svantaggiata. Certo, se dobbiamo confrontarci oggettivamente è chiaro che da punto di vista strutturale siamo molto lontani dagli standard di altre scuole. Però io non voglio pensare che ci sia una intenzionalità in questo. Per mantenere il Pesenti ci vogliono investimenti enormi, molto più che in un liceo. E adesso comincia ad essere un po’ vecchio.

Print Friendly, PDF & Email

Tagged in:

,

Autore

Bruno Silini

Giornalista di PrimaBergamo, precedentemente dell'Eco di Bergamo. Blogger, content editor, esperto di social network. Autore con Evi Crotti e Alberto Magni del libro "L'immagine e l'anima. Donne famose del '900" pubblicato nel 2007. Nello staff comunicazione della Cisl Bergamo. Iscritto all'albo dei giornalisti della Lombardia.

Vedi tutti gli articoli