Pensava di fare un’opera contro Franco, Pablo Picasso, nel 1937, quando arrivò, a Parigi, la notizia del tremendo bombardamento di Guernica, città basca, ad opera dell’aviazione nazista. Una strage di civili, nel giorno del mercato. Iniziò così la tela mostrata sempre come icona contro la guerra: bozzetti a centinaia, una fotografa strepitosa, e sua amante, Dora Maar, chiamata a documentarne la creazione, l’atelier aperto agli amici. Così Ernst, e poi Giacometti, Moore, assistettero alla nascita dell’opera. Bianco e nero le tinte scelte, universali, come l’ombra e la luce, ma anche colori delle testimonianze storiche, dei giornali che avevano urlato al mondo la notizia.

Tanti i riferimenti, dalla pietà di Michelangelo al Galata morente, dall’incendio di Borgo di Raffaello ai trittici rinascimentali. Eterna, senza tempo, la grande tela era destinata al Padiglione spagnolo dell’Expo, da dove si voleva che lanciasse un grido di denuncia. L’esposizione internazionale era prevista a Parigi, sugli Champs-Elysees, dove – amara ironia – la Spagna aveva il proprio padiglione di fianco a quello della Germania nazista, progettato da Speer. Di fronte, invece, il padiglione di Città del Vaticano che, in aperto sostegno a Franco, esponeva un murale dedicato a Santa Teresa d’Avila, eletta patrona dei martiri franchisti.

Ci immagineremmo un trionfo, ma non fu così. Il padiglione spagnolo era affollato di opere (Calder, Mirò), molte delle quali legate alla guerra civile, e alla sua sinistra si tenevano su un palcoscenico spettacoli (Lope de Vega), e film (Buñuel). Nemmeno il favore della critica sostenne l’opera, persino Anthony Blunt la considerò un attacco di follia. L’oltraggio maggiore, però, fu quello del presidente basco, che rifiutò l’opera, che Picasso gli offrì in dono, per sostenere la causa, perché non ne comprendeva il senso. Il valore dell’opera arrivò dopo, quando percorse l’Europa, in una tournee nomade, come grido contro la guerra. Il pubblico, si sa, rispetto al genio è un orologio che rimane indietro, come affermò Baudelaire.

E così dopo Expo fu la volta dell’Inghilterra, dove l’accoglienza freddina si scaldò all’entrata in guerra di quella nazione, e alle macerie dei primi bombardamenti. Arrivata al MOMA, dopo un altro passaggio in Francia, l’opera influenzò in maniera profonda l’arte di quel Paese ma, di nuovo, con il Maccartismo e la Guerra fredda dalle didascalie scomparvero tutti i riferimenti a Franco e alla guerra civile. Per volontà dell’artista Guernica poteva tornare in Spagna solo alla fine della dittatura, e così fu. Ora la Guernica di Pablo Picasso è al centro d’arte contemporanea Reina Sofia a Madrid. Guardatela bene, guardate il fiore che nasce dalla mano che tiene la spada spezzata. Prima Picasso quella mano l’aveva fatta a pugno, per dimostrare la forza fisica necessaria al conflitto, ma poi cambiò il dipinto. Ci mise il fiore. La speranza della gentilezza. Una disperata profezia di pace.

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Autore

Giovanna Brambilla

Docente universitario a contratto presso Università Cattolica del Sacro Cuore, Docente di iconografia presso MADE Program e docente a contratto presso Business School Il sole 24 Ore

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